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Sei un maschio o una femmina?

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Quando ero alle medie mi sono tagliata i capelli piuttosto corti. Non avevo atteggiamenti particolarmente femminili e mi vestivo piuttosto da “maschiaccio” (perché si dice così poi?). Hanno cominciato a scambiarmi per un maschio. Certe volte mi metteva a disagio, ma grazie al mio animo da bastian contrario alla lunga ha vinto il gusto di mettere in difficoltà le persone e ho continuato a non presentarmi in modo particolarmente femminile. A 16 anni volevo rasarmi i capelli a zero, come Michael Stipe o Billy Corgan (se siete stati adolescenti all’inizio degli anni ’90 sapete di chi sto parlando). Non ho avuto il coraggio e me li sono rasata “solo” fino a 3 mm. Oggi di anni ne ho 32 ed è ancora la mia pettinatura (almeno il giorno in cui mi taglio i capelli, perché poi crescono alla velocità della luce).

Da quando ho cominciato a lavorare con i bambini il mio aspetto è stato causa di tantissime buffe conversazioni, soprattutto con i più piccoli. In (quasi) ogni gruppo che incontro c’è un bambino che subito subito, come prima cosa mi chiede:

“Ma sei un maschio o una femmina?”.

Proprio ieri mi è successo. Gli ho spiegato che ero una femmina, ma lui aveva anche la domanda di riserva:

“Ma allora perché non hai i capelli lunghi come le altre femmine?”.

Dentro di me rimango allibita. Ancora?! Ancora siamo al punto che le femmine devono avere i capelli lunghi e i maschi i capelli corti? E gli anni ’70? E Robert Plant  allora come te lo spieghi?

Robert+Plant

Ma d’altra parte cosa ne sa il povero bimbo degli anni ’70? Non è né il luogo né il momento per lanciarmi in una storia del costume o in una requisitoria post femminista sugli stereotipi di genere.

Ma anch’io ho la mia domanda di riserva. L’ho scoperta un paio d’anni fa e mi piace talmente tanto che ci rimango male quando nessun bimbo mi chiede se sono un maschio o una femmina.

Lo guardo negli occhi, sorrido e gli chiedo:

“E tu, sei un maschio o una femmina?”

Lo stupore in quegli occhi è impagabile. Probabilmente per la prima volta nella sua vita deve rispondere a questa domanda. Ovviamente risponde subito, con convinzione (forse troppa):

“Un maschio!”

Ma a me piace pensare che si è aperto qualche spiraglio nella sua testolina: per la prima volta gli è stato chiesto di definire la sua identità di genere. Per la prima volta non è stato dato per scontato che il suo aspetto, il taglio dei suoi capelli, il colore della sua felpa definiscono una volta per tutte il suo essere maschio.

Probabilmente mi illudo, ma d’altra parte noi, genitori ed educatori, dobbiamo essere un po’ ottimisti e credere nel potenziale di cambiamento che può innescarsi quando non diamo qualcosa per scontato, anche le cose che sembrano più ovvie.

Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna.

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Sporco e bello

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Mi capita abbastanza spesso di fare percorsi di manipolazione della terra alla scuola dell’infanzia (3-5 anni) e molto spesso nelle classi c’è almeno un bambino o una bambina a cui non piace sporcarsi le mani. Sono proprio in difficoltà, li vedi che guardano con disagio la terra e si tengono a distanza di sicurezza. Non partecipano all’attività, o fanno finta.

argilla11Una volta pensavo che fossero tutti figli di genitori che li sgridano quando si sporcano. Di quelle mamme che l’ultima cosa che dicono ai loro figli quando li lasciano all’asilo è “Mi raccomando non ti sporcare”. Nipoti di quelle nonne che quando vengono a prenderli commentano per prima cosa lo stato dei vestiti. Insomma di quei genitori che mettono i pantaloni bianchi ai bambini il giorno della gita al parco o alla fattoria didattica.

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Poi, parlando con un po’ di mamme e di maestre ho capito che non è sempre così. Alcuni bambini tra i 2-3 anni possono attraversare una fase così, in cui gli dà fastidio sporcarsi. Perché stanno imparando a conoscere e prendersi cura del loro corpo. Perché stanno facendo il percorso di spannolinamento, e allora il concetto di sporco richiama tante nuove emozioni.

argilla31Allora non bisogna forzarli, come purtroppo mi capita veder fare da alcune maestre… magari le stesse che però loro la terra non la toccano. Si può proporre delle attività che sporcano poco, come il didò. Farle con loro. Passare ad attività un po’ più sporchevoli, come la manipolazione della farina gialla. Dare la possibilità di usare la tempera con pennelli e timbri. Piano piano si sentiranno a loro agio e arriveranno anche loro a divertirsi con la terra e il fango.

argilla41Però credo proprio che tutto questo si possa prevenire, proponendo tante attività sensoriali e tattili in particolare ai propri bimbi. Insomma non ce lo vedo mio figlio fare lo schizzinoso con la terra. E se poi capitasse anche lui non importa, ricominceremo dai cumuli delle talpe fino ai bagni di argilla verde. Avendo cura di scegliere la colonna sonora giusta.