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Impulsi

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Nella vita quotidiana capitano a tutti quei momenti in cui la stanchezza, la frustrazione, le cose che non vanno come vorremmo, ci fanno venire voglia di prendercela con il mondo intero. Momenti in cui sentiamo il bisogno di fare qualcosa di impulsivo e liberatorio che ci faccia sentire meglio.

Noi adulti di solito (e non sempre…), sapendo che potremmo danneggiare noi stessi e/o gli altri agendo sulla base dell’impulso di un momento, dirigiamo la nostra voglia di sfogarci verso i bersagli più accettabili, ognuno con la propria strategia. Chi va a correre, chi si mangia un super dolce, chi parla con un amico, chi si dedica al suo hobby…

Anche ai bambini succede così, certe volte agiscono semplicemente sull’onda di un impulso che non riescono a gestire. In questi casi talvolta è utile aiutarli a verbalizzare, a esprimere a parole quello che stanno vivendo perchè diventi qualcosa di meno travolgente, più famigliare e controllabile. Attraverso il dialogo si può aiutarli ad individuare perchè si stanno comportando in un certo modo, ed affrontando il problema di fondo, scomparirà anche il comportamento problematico.

Lo scopo non dev’essere quello di dire al bambino che quello che ha fatto è sbagliato, e indicargli come avrebbe dovrebbe comportarsi. E’ invece quello di capire insieme qual è il problema e come si può affrontare.

Lo psicologo Ross Green ha abbandonato l’approccio comportamentista ancora largamente diffuso per “disciplinare” i bambini, per proporre invece un atteggiamento diverso nel porsi davanti ai bambini quando hanno comportamenti irragionevoli e impulsivi, il CPS (Collaborative and Proactive Solutions):

“The CPS method hinges on training school staff to nurture strong relationships—especially with the most disruptive kids—and to give kids a central role in solving their own problems. For instance, a teacher might see a challenging child dawdling on a worksheet and assume he’s being defiant, when in fact the kid is just hungry. A snack solves the problem. Before CPS, “we spent a lot of time trying to diagnose children by talking to each other,” D’Aran says. “Now we’re talking to the child and really believing the child when they say what the problems are.”” (tratto da qui).

Può succedere anche che nei momenti di irrequitezza del bambino le parole servano a poco, perchè è più urgente trovare le strategie per disinnescare la situazione. In fondo sta attraversando una difficoltà emotiva, più che cognitiva: spesso il bambino sa bene che non dovrebbe fare certe cose, ma in quel momento non sa come affrontare diversamente il  suo bisogni di affrontare un disagio. Il nostro compito è di accompagnarlo a trovare le strategie efficaci per affrontare la gestione delle emozioni, che saranno diverse da bambino a bambino, da situazione a situazione. Sempre con umiltà, accettazione, dolcezza e tanta pazienza… sarà un percorso lungo.

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Agendo diversamente, cioè sanzionando il comportamento in sè, umiliando il bambino, cercando di controllare il suo comportamento in modo direttivo e autoritario si sacrifica l’obiettivo a lungo termine (aiutare a crescere bambini capaci di gestire le proprie emozioni) per uno a breve termine, la tranquillità momentanea:

“Teachers who aim to control students’ behavior—rather than helping them control it themselves—undermine the very elements that are essential for motivation: autonomy, a sense of competence, and a capacity to relate to others.” (tratto da qui).

La cosa peggiore che può fare un adulto quando un bambino agisce in modo impulsivo è interpretarlo come una provocazione, e reagire di conseguenza, comportandosi anche lui sulla base delle proprie emozioni (la paura, la rabbia) e complicando ulteriormente la situazione. In qualsiasi caso il ruolo dell’adulto infatti è sempre quello di essere la “base sicura” del bambino. Se il bambino è travolto dalle proprie emozioni, la cosa più importante è dimostrargli che è possibile invece rimanere tranquilli e rimanere se stessi anche nelle situazioni che ci mettono alla prova. Il nostro esempio servirà più di mille parole.

L’amore incondizionato è tale solo se è davvero tale, cioè è indipendente dalle “condizioni” esterne e momentanee:

“La domanda più urgente è, naturalmenete, come dovremmo trasmettere il nostro amore ai figli dopo che si sono comportati male, anche quando pensiamo che dovremmo esserne certi (gliel’avremmo ripetuto già un centinaio di volte!). A tale proposito è normale affrontare che stanno mettendoci alla prova, definizione molto diffusa in campo disciplinare e spesso utilizzata per giustificare l’imposizione di limiti maggiori è più rigidi. A volte la convinzione che i figli ci stiano mettendo alla prova diventa persino la razionalizzazione delle nostre punizioni. Sospetto, tuttavia, che con la propria disobbedienza, i bambini mettano alla prova tutt’altro – per la precisione l’incondizionalità del nostro amore. Forse si comportano in modo inaccettabile per verificare se smetteremo di voler loro bene.

La nostra reazione deve essere un secco rifiuto ad abboccare. Abbiamo il dovere di rassicurarli: “Indipendentemente da quello che combinerai, per quanto frustrato possa sentirmi, non smetterò mai, mai e poi mai di volerti bene”. Dirlo con tutte queste parole non nuoce, tuttavia sarà bene dimostrarlo pure con i gesti. I genitori che amano in modo incondizionato rassicurano regolarmente i propri figli, specie nei momenti conflittuali, dell’importanza che essi hanno per loro.”

A. Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni alla quella dell’amore e della ragione, p. 166

Pensare di impedire a un bambino di ripetere un comportamento sgradito rispondendo con la minaccia di toglierli  la nostra accettazione vuol dire cercare di controllarlo con la paura e porterà soltanto a minare il suo senso di autoefficacia (A. Bandura) e la sua sicurezza ontologica (A. Giddens).

 

 

 

 

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Piccola guida per la sopravvivenza ai consigli indesiderati

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Non c’è gruppo, reale o virtuale, di genitori in cui non salti fuori insistentemente l’argomento dei consigli sgraditi che si ricevono quando si diventa mamma e papà.

Fanno rabbia quelli delle persone che incrociamo per strada, e che si sentono in diritto di fare commenti su quanto è vestito (o svestito) il nostro bimbo.

Fanno ancora più male quelli delle persone a noi vicine, da cui vorremmo supporto e non critiche continue.

Non so perché tutti (molti) si sentano in autorizzati a dire la loro su come dovremmo crescere i nostri bambini, come se una volta diventati genitori le nostre facoltà mentali fossero diminuite improvvisamente e avessimo bisogno di uno stuolo di babysitter che ci impediscano di commettere gravissimi errori come allattarli dopo l’anno o tenerli in fascia per troppo tempo.

Sicuramente sono consigli difficili da gestire, perché ci toccano nelle nostre scelte più intime, e talvolta anche nelle nostre insicurezze. Credo ci sia anche un senso di ingiustizia nel fatto che proprio quando vorremmo concentrarci nel nostro nuovo ruolo, sperimentare in tranquillità e conoscere nostro figlio, ci troviamo invece a doverci preoccupare anche di cosa pensa il parente o l’amico di turno su quante volte allattiamo o dove dorme il pupetto.

Per affrontare queste situazioni la prima cosa è cercare di capire il perché di questi interventi, fare lo sforzo di metterci nei panni di chi li fa e cercare di scoprire cosa c’è dietro.

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Ad esempio, se nell’ipotesi più ottimista la causa dei consigli sgraditi potrebbe essere semplicemente ignoranza, allora la risposta più efficace sta nell’informazione. Senza perdere la calma (e senza far sentire stupido il nostro interlocutore), troviamo il modo di spiegare il perchè delle nostre scelte, magari prestando qualche articolo o libro da leggere, oppure invitando a venire a un incontro con una persona esperta.

Certe volte gli interventi derivano da un’incapacità di accettarci nel nostro nuovo ruolo di genitori. La mamma o il fratellone potrebbero non rendersi conto che ora le cose sono un po’ cambiate e per quanto riguarda nostro figlio ci dobbiamo prendere noi la responsabilità di alcune scelte, insieme al nostro partner. Loro rimaranno i consiglieri privilegiati, ma per quanto riguarda la nostra nuova famiglia non possono pensare di darci consigli dall’alto in basso. In questo caso ci vuole un po’ di sana affermazione, è inutile entrare nel dettaglio delle scelte sui cui non si è d’accordo: il punto è che siamo noi la mamma e il papà ora, e nostro figlio lo conosciamo meglio di chiunque altro al mondo. Senza essere oppositivi, ma con serenità e sicurezza facciamo capire che abbiamo preso sul serio il nostro ruolo, e nessuno può sostituirsi a noi.

Altre volte invece dietro a critiche e osservazioni dei nonni c’è la paura, la paura di essere giudicati a loro volta, di scoprire che se facciamo delle scelte diverse dalle loro è perché pensiamo che loro abbiano sbagliato. In questo caso può bastare l’accettazione, e se necessario il perdono. Chiediamo di raccontarci com’è stato per loro diventare genitori, di condividere i ricordi e le emozioni di quel periodo. Si renderanno conto che la loro esperienza vi interessa, non per ripetere le stesse scelte, ma perchè è bello sapere che ci sono passati tutti. Per loro sarà più facile mettersi nei vostri panni e magari capiranno come può essere fastidioso ricevere critiche continue in questo periodo della propria vita.

E’ possibile anche che quando nasce un bambino conflitti già presenti in famiglia e dovuti ad altro si riversino sulle nostre scelte genitoriali. La cognata a cui stiamo antipatiche non si tira indietro dal rompere le scatole anche su come cresciamo nostro figlio… e allora è necessaria un po’ di chiarezza: diciamo senza giri di parole che se ce l’hanno con noi per altro non si permettano di tirare in ballo nostro figlio.

Non è inusuale anche che gli interventi fastidiosi nascondano in realtà semplicemente la voglia di partecipare alla vita della vostra nuova famiglia. Allora prendere voi l’iniziativa, e suggerite che cosa possono fare i parenti e gli amici per aiutarvi senza essere inopportuni. La suocera è stranita dal fatto che tenete sempre il bimbo in fascia ed è brava a cucire? Chiedetele di cucirvi una borsina per ripiegare la fascia e metterla in borsa quando non serve. La zia cuoca instancabile insiste che a 4 mesi bisogna cominciare a dargli la frutta? Ditele che quando comincerete lo svezzamento (dopo i 6 mesi) vorreste provare a fargli i biscotti in casa con pochi grassi e zuccheri, se vi aiuta a trovare la ricetta perfetta.

Tante volte purtoppo i commenti arrivano da chi non sa farsi i fatti propri, si vuole impicciare e pensa di saperla lunga. Magari ci vedono un po’ stanchi, pensano che siamo in difficoltà e si fanno belli di poterci regalare le loro perle di saggezza. O sono quel tipo di amici che non hanno figli e pensano che tutti i genitori si rimbambiscano completamente appena hanno il pupetto tra le braccia.In questo caso probabilmente l’unica reazione possibile è l’umorismo.

Vignetta di Maria Francesca Agnelli tratta da “Allattare è facile!” di Giorgia Cozza, Il Leone Verde Edizioni

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Queste riflessioni nascono all’interno del percorso “Nascita di un genitore“, ciclo di 3 incontri sulla genitorialità consapevole.

 

Il mio bimbo è viziato?

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Papà si è rifiutato di comprarmi un pupazzetto di Bart Simpson. Mamma voleva, ma papà no, ha detto che sono viziato.

“Perché dovremmo comprarglielo, eh?” ha strillato con mamma. “Perché? Basta che lui apra la bocca e tu scatti sull’attenti”.

Papà ha detto che io non avevo rispetto del denaro, e che se non imparavo fin da piccolo ad averne, allora quando lo avrei avuto?

I bambini ai quali si comprano facilmente pupazzetti di Bart Simpson da grandi diventano delinquenti che vanno a rubare ai chioschi. Allora, al posto del pupazzetto di Bart Simpson, papà mi ha comprato un brutto porcellino di ceramica con una fessura sulla schiena, così finalmente sarei cresciuto onesto, non sarei diventato un delinquente.

Inizia così un racconto breve  intitolato “Rompere il porcellino” di Etgar Keret. Ho letto questo piccolo racconto ormai qualche anno fa, e ci ritorno spesso.

Affronta con ironia e un tocco di assurdo una paura condivisa da molti genitori: il dubbio di stare crescendo un bambino viziato.

Ma cosa vuol dire veramente un bambino “viziato”? E come si fa a “viziare” un bambino? Sono domande molto più complesse di quello che sembra apparentemente.

Comunemente pensiamo a un bambino viziato quando non accetta di vedersi rifiutato qualcosa. Ma bisogna fare delle importanti distinzioni: che cosa stiamo rifiutando a nostro figlio, e perché?

Può darsi che gli stiamo rifiutando qualcosa che per lui è importante e di cui ha bisogno. Magari semplicemente perché è impossibile o pericoloso concederla. Talvolta gli rifiutiamo qualcosa perché per noi è un fastidio o una perdita di tempo, aldilà delle motivazioni del suo desiderio.

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La richiesta di un bambino all’inizio nasce sempre da un suo bisogno, e la nostra risposta deve basarsi sempre sulla comprensione e l’accettazione di quel bisogno, nel rispetto ovviamente dei limiti dell’ambiente e del bambino stesso. Ma se nel tempo le nostre risposte deviano continuamente le richieste del bambino, cercando di modificare il suo comportamento con premi o punizioni, non spiegandogli ostacoli e alternative possibili, lui stesso non distingue più i suoi bisogni naturali.

Maria Montessori diceva:

“No, l’adulto non ha viziato il suo bambino quando gli ha ceduto; ma quando gli ha impedito di vivere e lo ha spinto verso deviazioni del suo naturale sviluppo.”

(da “Il segeto dell’infanzia”, 1999, Garzanti, p. 231)

Voi cosa fareste nei panni della mamma e del papà del bambino che vuole il pupazzetto di Bart Simpson?

Ne parliamo Sabato 29 marzo dalle 10.00 alle 12.00 a Cascina Costa Alta nel Parco di Monza, in un incontro all’interno del percorso Madr&natura.

Il mercato dell’educazione

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A guardarsi in giro certe volte  sembra che per molti la vita in compagnia di un bambino/a  si riduca a un continuo mercanteggiare .

Per conoscere i segreti di questo mercato basta andare in un parchetto e assistere alle animate trattative tra coloro che ormai sono diventati esperti negoziatori.

Allora si scopre che mezz’ora senza correre in un negozio vale un pacchetto di carte, un quarto d’ora in più al parchetto vale un bagno, “fare la brava” vale un gelato.

Ogni concessione ha il suo prezzo, e viene sfruttata per ottenere qualcos’altro in cambio. Ma alla lunga perdiamo traccia di chi deve fare cosa e perché, e non ci ricordiamo il semplice piacere  di permettere qualcosa a una persona che amiamo, semplicemente perché… gli piace!

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E un giorno, presa nel vorticoso circolo degli scambi, davanti al banco premi di una pesca di beneficenza, una mamma si trova a proporre questa fantasmagorica transazione alla propria figlia di 3 anni:

“Se prendi lo zainetto di Peppa Pig che ti piace tanto ti porto al parco giochi,

se ti ostini a voler prendere la palla, che tanto c’è uguale all’Iper, allora niente parchetto e andiamo a casa!”

Provate a distinguere il premio dalla punizione in questo vortice di perdizione genitoriale…la bambina, c’è da dire, non aveva dubbi: la palla era il premio, anche se per la mamma valeva poco. Ne è seguita lite, pianto (della bambina) e muso (della mamma).

Per che cosa? Tutti diciamo di volere figli autonomi e indipendenti, ma poi gli neghiamo elementari esercizi di questa agognata autonomia. Per un (presunto) vantaggio immediato dimentichiamo che alla lunga è più importante che i nostri figli imparino a trovare dentro di sè la motivazione per fare autonomamente le scelte giuste per la loro vita.

E così non parliamo mai con loro delle ragioni intrinseche per cui agiamo in un modo o nell’altro. Faccio il bagno perché è piacevole e rilassante. Mangio un gelato perché è buono. Sto al parchetto un quarto d’ora in più perché non ho fretta.

In psicologia si chiama “effetto di sovragiustificazione“: quando ci viene offerta ripetutamente una motivazione esterna (un premio) per fare qualcosa, convinciamo noi stessi che lo facciamo per quello e perdiamo la nostra motivazione interiore.

Allora sarebbe utile non utilizzare in continuazione i normali doveri e piaceri della vita quotidiana come moneta di scambio, ma fare ciascuna cosa semplicemente perché va fatta. Se diamo loro il modo di farlo, rispettando i loro tempi, usando un po’ di fantasia e dando loro motivazioni comprensibili, che riguardano loro stessi e le loro emozioni, per i bambini è un piacere collaborare con noi. Gratuitamente.

L’importanza del gioco all’aperto

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Ogni estate collaboro con diversi Centri Estivi, e arriva puntuale il momento della gita. Per chi non lo sapesse le gite classiche da Centro Estivo erano ai Parchi Acquatici o Gardaland. Per fortuna non ci sono più soldi e si comincia a pensare ad alternative gratuite. E allora spuntano fuori le gite nella natura…. perché ebbene sì, ancora non si deve pagare per fare una passeggiata lungo il fiume o in un bosco (tra l’altro già questo lo trovo fondamentale dal punto di vista educativo: non bisogna pagare sempre per qualsiasi cosa!).

Ma spesso queste gite non sono un successo, e la valutazione negativa degli educatori (e dei bambini) è “Non c’era niente da fare”.

Ma come? Non c’era un torrente? Un prato? Un boschetto? E non c’era niente da fare?

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Il fatto è che non sono abituati, né gli educatori né i bimbi, al gioco  spontaneo all’aria aperta, che invece è fondamentale per costruire un rapporto positivo con la natura fin da piccolissimi: grazie alla sperimentazione in prima persona, che suscita emozioni e aiuta a costruire ricordi grazie ai quali la natura semplicemente diventa parte del loro orizzonte, qualcosa di normale e irrinunciabile insieme.

Non è necessario progettare attività particolari perché l’ambiente stimolante di un parco, di un bosco, dei campi o della spiaggia offre tantissimi spunti divertenti e interessanti che i bambini sapranno cogliere naturalmente.

Ad esempio, un gioco spontaneo che fanno molti bambini è quello di costruire rifugi per creature reali o immaginarie: anche un gioco semplice come questo implica attività utilissime per avvicinare i bambini alla natura:

  • la ricerca, che significa osservare attentamente l’ambiente che ci circonda, sia in generale (per capire le aree più interessanti dove concentrare la nostra attenzione) sia in particolare (per scovare materiali piccoli o nascosti);
  • la manipolazione dei vari elementi naturali, che permette di conoscerne le diverse caratteristiche sensoriali e a sperimentare sensazioni nuove, arricchendo il nostro universo di odori, percezioni tattili, suoni, forme e colori;
  • la scoperta della richezza del mondo naturale: frutti, sassi, legni etc. di colori e forme diverse e insolite;
  • la sperimentazione delle caratteristiche degli elementi naturali e dell’ambiente: dove il terreno è più morbido e dove più duro, quali legni si spezzano più facilmente, quali piante hanno le spine etc.

Inoltre si tratta di un gioco che tramite l’empatia e la fantasia coinvolge la sfera affettiva, e così stimola un apprendimento profondo e duraturo.

La prossima domenica in cui non sapete cosa fare e i bimbi scalpitano, quando sarete tentati di andare al centro commerciale o ai gonfiabili, andate invece a fare una passeggiata.

Una domenica pomeriggio al torrente può regalare tantissime occasioni di crescita, libera e divertente. E gratis.

Sei un maschio o una femmina?

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Quando ero alle medie mi sono tagliata i capelli piuttosto corti. Non avevo atteggiamenti particolarmente femminili e mi vestivo piuttosto da “maschiaccio” (perché si dice così poi?). Hanno cominciato a scambiarmi per un maschio. Certe volte mi metteva a disagio, ma grazie al mio animo da bastian contrario alla lunga ha vinto il gusto di mettere in difficoltà le persone e ho continuato a non presentarmi in modo particolarmente femminile. A 16 anni volevo rasarmi i capelli a zero, come Michael Stipe o Billy Corgan (se siete stati adolescenti all’inizio degli anni ’90 sapete di chi sto parlando). Non ho avuto il coraggio e me li sono rasata “solo” fino a 3 mm. Oggi di anni ne ho 32 ed è ancora la mia pettinatura (almeno il giorno in cui mi taglio i capelli, perché poi crescono alla velocità della luce).

Da quando ho cominciato a lavorare con i bambini il mio aspetto è stato causa di tantissime buffe conversazioni, soprattutto con i più piccoli. In (quasi) ogni gruppo che incontro c’è un bambino che subito subito, come prima cosa mi chiede:

“Ma sei un maschio o una femmina?”.

Proprio ieri mi è successo. Gli ho spiegato che ero una femmina, ma lui aveva anche la domanda di riserva:

“Ma allora perché non hai i capelli lunghi come le altre femmine?”.

Dentro di me rimango allibita. Ancora?! Ancora siamo al punto che le femmine devono avere i capelli lunghi e i maschi i capelli corti? E gli anni ’70? E Robert Plant  allora come te lo spieghi?

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Ma d’altra parte cosa ne sa il povero bimbo degli anni ’70? Non è né il luogo né il momento per lanciarmi in una storia del costume o in una requisitoria post femminista sugli stereotipi di genere.

Ma anch’io ho la mia domanda di riserva. L’ho scoperta un paio d’anni fa e mi piace talmente tanto che ci rimango male quando nessun bimbo mi chiede se sono un maschio o una femmina.

Lo guardo negli occhi, sorrido e gli chiedo:

“E tu, sei un maschio o una femmina?”

Lo stupore in quegli occhi è impagabile. Probabilmente per la prima volta nella sua vita deve rispondere a questa domanda. Ovviamente risponde subito, con convinzione (forse troppa):

“Un maschio!”

Ma a me piace pensare che si è aperto qualche spiraglio nella sua testolina: per la prima volta gli è stato chiesto di definire la sua identità di genere. Per la prima volta non è stato dato per scontato che il suo aspetto, il taglio dei suoi capelli, il colore della sua felpa definiscono una volta per tutte il suo essere maschio.

Probabilmente mi illudo, ma d’altra parte noi, genitori ed educatori, dobbiamo essere un po’ ottimisti e credere nel potenziale di cambiamento che può innescarsi quando non diamo qualcosa per scontato, anche le cose che sembrano più ovvie.

Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna.

La casa di qualcun altro

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Per tanti, per troppi, farsi rispettare è dire “No!”. E rispettare è stare a distanza, non toccare, non parlare, non intervenire.

Anche nell’educazione ambientale “rispettare la natura” è uno slogan che accompagna troppo spesso solo un elenco di divieti: “non raccogliere i fiori”, “non buttare i rifiuti”, “non calpestare il prato”.

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Invece per me  il rispetto nasce da ascolto, comprensione e accoglienza.

Per educare i bambini al rispetto del mondo naturale è fondamentale proporre loro un’attività che coinvolga anche la sfera emotiva, perché non c’è rispetto senza compartecipazione affettiva.

Si può iniziare  un percorso di educazione al rispetto dal bisogno di avere una casa, comune, in un modo o nell’altro, a tutti gli esseri viventi. Un posto sicuro, dove rifugiarsi, tenere ciò di cui si ha bisogno per sopravvivere, dormire e riprodursi. Un luogo dove possiamo essere noi stessi, che ci accoglie e che ci comprende. La casa come riparo, ma anche come luogo degli affetti.

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Si può proporre ai bambini di costruire delle casette per offrire un rifugio alle creature del bosco (vere o immaginarie che siano) con i materiali che si trovano esplorando tra le radici degli alberi.

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Non servono istruzioni da seguire o competenze particolari, anche bambini di 3 anni saranno in grado di creare comode tane o sontuosi palazzi, con letti di foglie, porte di sassi (magari complete di campanello), tetti d’erba e pavimenti di muschio.

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É un gioco che stimola la fantasia e l’empatia, ma anche la conoscenza. Senza dire una parola permetteremo ai bambini di imparare da soli che…

…alcuni legnetti sono dritti altri sono storti e bitorzoluti

…il muschio e l’erba sono soffici e morbidi

…le foglie cadute dagli alberi sono secche e fragili

…gli alberi più grandi talvolta hanno tante radici nodose e contorte

…ogni tipo di albero ha una corteccia diversa

…il profumo degli aghi di pino è diverso da quello della terra

…e tantissime altre proprietà degli elementi naturali.

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Impareranno che ogni elemento è prezioso perché può rappresentare per un’altra persona (umana o meno)  qualcosa di importante. Che tutti i luoghi in cui noi siamo ospiti, sono la casa di qualcun altro.

Cominceranno ad imparare che tutti hanno dei bisogni come noi, eppure in modo diverso da noi, e ad accoglierli lo stesso, provando per loro rispetto.

 

Questo post partecipa al Blogstorming

Tema del mese: Rispetto