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Impulsi

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Nella vita quotidiana capitano a tutti quei momenti in cui la stanchezza, la frustrazione, le cose che non vanno come vorremmo, ci fanno venire voglia di prendercela con il mondo intero. Momenti in cui sentiamo il bisogno di fare qualcosa di impulsivo e liberatorio che ci faccia sentire meglio.

Noi adulti di solito (e non sempre…), sapendo che potremmo danneggiare noi stessi e/o gli altri agendo sulla base dell’impulso di un momento, dirigiamo la nostra voglia di sfogarci verso i bersagli più accettabili, ognuno con la propria strategia. Chi va a correre, chi si mangia un super dolce, chi parla con un amico, chi si dedica al suo hobby…

Anche ai bambini succede così, certe volte agiscono semplicemente sull’onda di un impulso che non riescono a gestire. In questi casi talvolta è utile aiutarli a verbalizzare, a esprimere a parole quello che stanno vivendo perchè diventi qualcosa di meno travolgente, più famigliare e controllabile. Attraverso il dialogo si può aiutarli ad individuare perchè si stanno comportando in un certo modo, ed affrontando il problema di fondo, scomparirà anche il comportamento problematico.

Lo scopo non dev’essere quello di dire al bambino che quello che ha fatto è sbagliato, e indicargli come avrebbe dovrebbe comportarsi. E’ invece quello di capire insieme qual è il problema e come si può affrontare.

Lo psicologo Ross Green ha abbandonato l’approccio comportamentista ancora largamente diffuso per “disciplinare” i bambini, per proporre invece un atteggiamento diverso nel porsi davanti ai bambini quando hanno comportamenti irragionevoli e impulsivi, il CPS (Collaborative and Proactive Solutions):

“The CPS method hinges on training school staff to nurture strong relationships—especially with the most disruptive kids—and to give kids a central role in solving their own problems. For instance, a teacher might see a challenging child dawdling on a worksheet and assume he’s being defiant, when in fact the kid is just hungry. A snack solves the problem. Before CPS, “we spent a lot of time trying to diagnose children by talking to each other,” D’Aran says. “Now we’re talking to the child and really believing the child when they say what the problems are.”” (tratto da qui).

Può succedere anche che nei momenti di irrequitezza del bambino le parole servano a poco, perchè è più urgente trovare le strategie per disinnescare la situazione. In fondo sta attraversando una difficoltà emotiva, più che cognitiva: spesso il bambino sa bene che non dovrebbe fare certe cose, ma in quel momento non sa come affrontare diversamente il  suo bisogni di affrontare un disagio. Il nostro compito è di accompagnarlo a trovare le strategie efficaci per affrontare la gestione delle emozioni, che saranno diverse da bambino a bambino, da situazione a situazione. Sempre con umiltà, accettazione, dolcezza e tanta pazienza… sarà un percorso lungo.

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Agendo diversamente, cioè sanzionando il comportamento in sè, umiliando il bambino, cercando di controllare il suo comportamento in modo direttivo e autoritario si sacrifica l’obiettivo a lungo termine (aiutare a crescere bambini capaci di gestire le proprie emozioni) per uno a breve termine, la tranquillità momentanea:

“Teachers who aim to control students’ behavior—rather than helping them control it themselves—undermine the very elements that are essential for motivation: autonomy, a sense of competence, and a capacity to relate to others.” (tratto da qui).

La cosa peggiore che può fare un adulto quando un bambino agisce in modo impulsivo è interpretarlo come una provocazione, e reagire di conseguenza, comportandosi anche lui sulla base delle proprie emozioni (la paura, la rabbia) e complicando ulteriormente la situazione. In qualsiasi caso il ruolo dell’adulto infatti è sempre quello di essere la “base sicura” del bambino. Se il bambino è travolto dalle proprie emozioni, la cosa più importante è dimostrargli che è possibile invece rimanere tranquilli e rimanere se stessi anche nelle situazioni che ci mettono alla prova. Il nostro esempio servirà più di mille parole.

L’amore incondizionato è tale solo se è davvero tale, cioè è indipendente dalle “condizioni” esterne e momentanee:

“La domanda più urgente è, naturalmenete, come dovremmo trasmettere il nostro amore ai figli dopo che si sono comportati male, anche quando pensiamo che dovremmo esserne certi (gliel’avremmo ripetuto già un centinaio di volte!). A tale proposito è normale affrontare che stanno mettendoci alla prova, definizione molto diffusa in campo disciplinare e spesso utilizzata per giustificare l’imposizione di limiti maggiori è più rigidi. A volte la convinzione che i figli ci stiano mettendo alla prova diventa persino la razionalizzazione delle nostre punizioni. Sospetto, tuttavia, che con la propria disobbedienza, i bambini mettano alla prova tutt’altro – per la precisione l’incondizionalità del nostro amore. Forse si comportano in modo inaccettabile per verificare se smetteremo di voler loro bene.

La nostra reazione deve essere un secco rifiuto ad abboccare. Abbiamo il dovere di rassicurarli: “Indipendentemente da quello che combinerai, per quanto frustrato possa sentirmi, non smetterò mai, mai e poi mai di volerti bene”. Dirlo con tutte queste parole non nuoce, tuttavia sarà bene dimostrarlo pure con i gesti. I genitori che amano in modo incondizionato rassicurano regolarmente i propri figli, specie nei momenti conflittuali, dell’importanza che essi hanno per loro.”

A. Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni alla quella dell’amore e della ragione, p. 166

Pensare di impedire a un bambino di ripetere un comportamento sgradito rispondendo con la minaccia di toglierli  la nostra accettazione vuol dire cercare di controllarlo con la paura e porterà soltanto a minare il suo senso di autoefficacia (A. Bandura) e la sua sicurezza ontologica (A. Giddens).

 

 

 

 

Il mio bimbo è viziato?

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Papà si è rifiutato di comprarmi un pupazzetto di Bart Simpson. Mamma voleva, ma papà no, ha detto che sono viziato.

“Perché dovremmo comprarglielo, eh?” ha strillato con mamma. “Perché? Basta che lui apra la bocca e tu scatti sull’attenti”.

Papà ha detto che io non avevo rispetto del denaro, e che se non imparavo fin da piccolo ad averne, allora quando lo avrei avuto?

I bambini ai quali si comprano facilmente pupazzetti di Bart Simpson da grandi diventano delinquenti che vanno a rubare ai chioschi. Allora, al posto del pupazzetto di Bart Simpson, papà mi ha comprato un brutto porcellino di ceramica con una fessura sulla schiena, così finalmente sarei cresciuto onesto, non sarei diventato un delinquente.

Inizia così un racconto breve  intitolato “Rompere il porcellino” di Etgar Keret. Ho letto questo piccolo racconto ormai qualche anno fa, e ci ritorno spesso.

Affronta con ironia e un tocco di assurdo una paura condivisa da molti genitori: il dubbio di stare crescendo un bambino viziato.

Ma cosa vuol dire veramente un bambino “viziato”? E come si fa a “viziare” un bambino? Sono domande molto più complesse di quello che sembra apparentemente.

Comunemente pensiamo a un bambino viziato quando non accetta di vedersi rifiutato qualcosa. Ma bisogna fare delle importanti distinzioni: che cosa stiamo rifiutando a nostro figlio, e perché?

Può darsi che gli stiamo rifiutando qualcosa che per lui è importante e di cui ha bisogno. Magari semplicemente perché è impossibile o pericoloso concederla. Talvolta gli rifiutiamo qualcosa perché per noi è un fastidio o una perdita di tempo, aldilà delle motivazioni del suo desiderio.

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La richiesta di un bambino all’inizio nasce sempre da un suo bisogno, e la nostra risposta deve basarsi sempre sulla comprensione e l’accettazione di quel bisogno, nel rispetto ovviamente dei limiti dell’ambiente e del bambino stesso. Ma se nel tempo le nostre risposte deviano continuamente le richieste del bambino, cercando di modificare il suo comportamento con premi o punizioni, non spiegandogli ostacoli e alternative possibili, lui stesso non distingue più i suoi bisogni naturali.

Maria Montessori diceva:

“No, l’adulto non ha viziato il suo bambino quando gli ha ceduto; ma quando gli ha impedito di vivere e lo ha spinto verso deviazioni del suo naturale sviluppo.”

(da “Il segeto dell’infanzia”, 1999, Garzanti, p. 231)

Voi cosa fareste nei panni della mamma e del papà del bambino che vuole il pupazzetto di Bart Simpson?

Ne parliamo Sabato 29 marzo dalle 10.00 alle 12.00 a Cascina Costa Alta nel Parco di Monza, in un incontro all’interno del percorso Madr&natura.

Chi ha bisogno di limiti?

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Ci sono alcuni  luoghi comuni convinzioni che rimbalzano di bocca in bocca  e vengono ripetuti senza che ormai abbiano più un senso, se mai l’hanno avuto.

Un tipico esempio è: “I bambini hanno bisogno di limiti“. Lo dicono tutti, dalla pedagogista alla nonna, dal pediatra all’amica della zia.

Ci sono poche frasi che mi fanno innervosire come questa (non non è vero, ce ne sono un sacco, ma devo cominciare da qualche parte).

Innanzitutto i bambini non hanno bisogno dei limiti, ma hanno dei limiti, come tutti. I limiti sono una certezza esistenziale dell’uomo in ogni paese e in ogni epoca. I nostri corpi hanno dei limiti. Le nostre menti hanno dei limiti. Le risorse del pianeta hanno dei limiti. Il tempo è lo spazio sono dei limiti. Nessuno ha bisogno dei limiti: sono un dato di fatto, una parte ineliminabile della nostra vita, di per sé né buona né cattiva.

Inoltre è davvero riduttivo pensare che i bambini debbano imparare a rispettare i limiti, se mai devono imparare a riconoscerligestirli. Quale persona verrebbe considerata sana di mente se davanti ad ogni limite piegasse la testa e accettasse passivamente di non poter fare nient’altro?

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In ogni caso i limiti ci sono e il compito dei genitori è collaborare con i figli per trovare i modi giusti per affrontarli. Con la fantasia, con la ragione, con l’esempio, a seconda dell’età dei bambini e della situazione.

Ancora peggio la tiritera di tanti specialisti “I bambini sono rassicurati dai limiti.”

I bambini sono rassicurati dal fatto di essere amati incondizionatamente, di avere qualcuno che li aiuta e li accompagna quando non riescono a gestire una situazione.

Sono rassicurati dal contenimento (che è accoglienza e sostegno per rielaborare le proprie emozioni) e dalla coerenza (che non soltanto è dire sempre gli stessi no,  ma anche fare quello che si dice).

Le regole sono necessarie, ma sono uno strumento (tra i tanti) per la convivenza, non una scuola di vita. Imporre regole inutili (per il bambino almeno, magari utili per il genitore) o inadeguate all’età non è rassicurante ma è fonte solo di inutili conflitti che finiscono per minare la fiducia del bambino nell’adulto.

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La natura ci dà moltissimi esempi per lavorare in modo costruttivo e piacevole sul concetto di limite e sull’emozione della frustrazione, ad esempio:

  • le attività nell’orto, grazie alle quali si può imparare che ogni pianta ha una sua stagione, che i semi non germogliano subito e non germogliano tutti e che è necessario innaffiare, sapendo che potrebbe non essere sufficiente per far crescere le nostre piantine;
  • le passeggiate in montagna, che ci mettono davanti ai limiti del nostro corpo e ci fanno conoscere la fatica, ma ci offrono anche luoghi magici e avventurosi per ripagarci del nostro impegno;
  • le attività con gli animali, che ci fanno mettere in gioco con con un altro così diverso in apparenza ma in cui troviamo rispecchiate le nostre paure e le nostre emozioni.

Su queste tre attività vi racconterò qualcosa di più approfondito prossimamente. Intanto se l’argomento di questo post vi interessa vi consiglio di leggere “Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione” di Alfie Kohn, oltre a essere di facile lettura cita decine di ricerche che dimostrano l’efficacia di uno stile genitoriale collaborativo e non impositivo.