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Tempo di qualità

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Il tempo di qualità da passare con i nostri bimbi è il tempo della quotidianità. E’ stendere il bucato, mettere in ordine e fare merenda insiemeE’ anche il tempo del cazzeggio, della noia, dello stare insieme senza fare niente. E’ condividere le mille situazioni difficili, imprevedibili e diverse che ci sorprendono e ci incasinano la vita. E’ il tempo delle piccole sfide da affrontare e dei piaceri da godere.

Il tempo di qualità soprattutto è quello che va al loro ritmo, è il tempo che lasciamo loro per farne quello che vogliono. Per ripetere lo stesso gioco mille volte, per vedere quante volte possono correre intorno al divano prima di cadere da quanto gli gira la testa.

passo2E’ quello in cui noi riusciamo a stare al loro passo, anche quando è frustrante e difficile. Alcuni bambini (sicuramente il mio) quando sono piccoli ci mettono tanto ad addormentarsi. Tocca stare lì con loro delle ore, solo per farli dormire! E’ faticoso. Ma in realtà sono momenti (ore) preziosi: perché sono momenti in cui il nostro bimbo ha bisogno di noi e noi siamo lì con lui. Non importano le mille cose da fare e neanche la voglia di guardarsi un film. Avremo tutto il resto della nostra vita per farlo. E’ il momento per imparare qualcosa di molto importante: è arrivato lui nelle nostre vite, ed ha dei bisogni specifici, una personalità distinta e la sua vita scorre secondo un ritmo proprio. Essere genitori è saper ascoltare quel ritmo, e accoglierlo.

Il mio bimbo ora si addormenta in 15 minuti. La sera possiamo guardarci un film o stare nei gruppi su Facebook a discutere di pedagogia (almeno io). Ma quel tempo lento per stare accanto a lui mi manca già. Non è stato un tempo bello, né facile ma ha significato tanto per noi: mi ha insegnato ad avere fiducia in lui e a stargli vicino quando me lo chiede, anche quando non so il perché.

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Nascita di un genitore

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Dopo circa un mese dalla nascita di mio figlio siamo andati all’ultimo incontro del corso pre-parto, quello in cui si portano i pupetti e si condividono le esperienze del parto. L’ostetrica ci faceva intervenire nell’ordine di nascita dei bimbi, così alla fine di ogni racconto chiedeva: “E dopo chi è nato?”. Ad un certo punto mi sembrava toccasse a me, così sono intervenuta e ho detto, senza pensarci: “Dopo siamo nati noi!”. Ops, lapsus…

Ma forse no, in realtà più ci pensavo più aveva senso: intanto perché nascere è un lavoro che si fa (almeno) in due, e a un mese dal parto non mi poteva essere più chiaro.

E poi perché come genitore sono nata anch’io quel giorno, per quanto ci avessi pensato prima e per quanto ne avessi letto, mi fossi immaginata come sarebbe stato, per quanto mi sentissi pronta e in grado, fino a che non c’è stato lui era solo un’idea di genitorialità astratta e solo da quel momento è diventata una pratica, una parte concreta della mia vita e fondamentale della persona che sono.

Non penso che diventare genitore ti debba per forza sconvolgere la vita, può essere anche la continuazione naturale di quello che siamo stati prima, ma certamente è una prova concreta che richiede la mobilitazione di risorse e energie che non sapevamo neanche di avere e che mette in gioco tutti noi stessi, portandoci a grandi conferme ma anche rivoluzioni di quello che fino a poco tempo prima ci sembrava facile e scontato.

Negli incontri che tengo con i genitori non voglio fornire soluzioni generalizzate nè tantomeno ricettine pedagogiche, ma mettere al servizio di altri gli strumenti e le informazioni che ho imparato nel mio lavoro di educatrice e che si stanno arricchendo e trasformando nella mia esperienza di madre.

Insieme a loro voglio porre quelle domande che spesso i genitori si fanno ma a cui non riescono a trovare risposta, perché manca il loro il tempo o che magari evitano di approfondire perché in un momento così impegnativo delle loro vite non vogliono aggiungere confusione e dubbi.

Le risposte proveremo a trovarle insieme, ciascuno secondo le proprie esigenze, i propri valori e la propria storia personale.

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NASCITA DI UN GENITORE

 Aspettative, luoghi comuni e vita quotidiana di un neo genitore.

Laboratorio di riflessione guidata sui cambiamenti e le sfide che porta la genitorialità con strumenti che promuovono una comunicazione costruttiva e una condivisione rispettosa di esperienze e punti di vista, tramite la scrittura, lettura e commento di racconti letterari o autobiografici e esercizi di immedesimazione.

Primo incontro

1.      Modelli genitoriali

Ognuno di noi ha una sua idea di come dovrebbe essere un genitore, ma spesso non ne è del tutto consapevole. A chi guardiamo come modello? Quali sono le caratteristiche e i comportamenti che riteniamo tipici di un genitore? E che genitore vorremmo o ci sentiamo di essere?

2.      Idea di bambino

Qual è l’età giusta per maneggiare un coltello? E per dormire da soli? Siamo sicuri di sapere cosa possiamo aspettarci legittimamente dal nostro bambino? E come capire di cosa ha realmente bisogno?

 

Secondo incontro

1.    Cosa c’è di vero?

Proviamo a capire il senso e il non senso in alcune frasi che prima o poi in quanto genitori ci sentiremo dire, e forse diremo noi stessi, come: “Bisogna imparare a dire di no”, “Sono solo capricci”, “Se lo tieni troppo in braccio lo vizi”, “Se lo aiuti non imparerà mai a farlo da solo” etc.

2. Comunità: risorsa o ostacolo

Qual è il ruolo di nonne, parenti, amici nella crescita di nostro figlio? Come possono aiutare? Come gestire interventi sgraditi e mettere a frutto le potenzialità di una rete sociale.

3. Esperti e “esperti”

Chi è un vero “esperto”, di chi possiamo fidarci quando abbiamo bisogno di un consiglio e di un supporto? Tra chat e forum di mamme, siti specifici, riviste, rubriche e trasmissioni televisive è possibile trovare un aiuto e non solo confusione? Ma soprattutto, ne abbiamo bisogno?

 

Terzo incontro

1. Educare, educarsi

Ma quindi cosa significa “educare”? è un’attività, un processo spontaneo o intenzionale? Quali sono gli strumenti a disposizione? Chi o che cosa educa?

2. Resituzione e verifica del percorso

Il mio problema con la Tata

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Il mio problema con la Tata non sta tanto nei consigli che dà. Alcuni mi sembrano giusti, quasi da buon senso comune, molti altri sbagliatissimi (come ovviamente nella tanto discussa puntata sull’estinzione graduale del pianto).

Il mio problema con la Tata è soprattutto la modalità superficiale con cui affronta i problemi educativi: sempre le stesse modalità, sempre gli stessi consigli, senza mai contestualizzarli veramente e spiegare perché dovrebbero funzionare o meno, senza mai porre dubbi o alternative.

L’educazione è un processo complesso e sempre diverso, perché coinvolge persone che per definizioni sono uniche, irripetibili. Le situazioni problematiche, anche se simili apparentemente, racchiudono tutte un aspetto di unicità, in cui spesso si trova proprio la soluzione per affrontarle.

Per esempio tendenzialmente non sopporto l’onnipresente consiglio “ignora i capricci”, ma paradossalmente in una delle puntate che ho visto la mamma interagiva in modo talmente ansiogeno con il bambino in fase di protesta che sembrava anche a me, se non la cosa giusta in assoluto, perlomeno un passo nella direzione giusta.

Perché dipende, dipende da cosa si intende “ignora i capricci”: vuol dire non drammatizzarli? Non acutizzarli rispondendolo con agitazione e rabbia speculari a quelle del bambino? Vuol dire prendersene gioco per smorzare in una risata i sentimenti negativi? Vuol dire far finta di niente? Si intende ignorare il bambino in tutto e per tutto? Ma per quanto tempo? Oppure ignorare ciò che è avvenuto e interagire con il bambino come sempre?

Ma la Tata non spiega, non problematizza: offre ricettine.

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E così lo spettatore è completamente passivo, rafforza la convinzione su quello su cui è d’accordo e ignora il resto. Ma di fatto non ha strumenti nuovi  per essere un genitore migliore.

Soprattutto questo aspetto secondo me è grave: se nella puntata incriminata avessero spiegato il metodo dell’estinzione graduale del pianto, le varianti, quali sono i pro e i contro, le posizioni ufficiali delle associazioni pedriatiche, le possibili alternative dolci (per esempio quello che propone Elisabeth Pantley), la fisiologia del sonno del bambino e cosa è normale aspettarsi da lui, le tantissime soluzioni diverse dalla solitudine della cameretta (il lettone, il side bed, il letto montessoriano, il lettino nella camera dei genitori) e, nonostante tutto, la mamma vesse deciso di provarci, avrei considerato le immagini drammatiche del bambino che piange quasi come un documento verità di quello che comunque, che ci piaccia o no, succede in moltissime case italiane.

Discutibile, certo. Spiacevole di sicuro. Ma magari utile per affrontare aprire un dibattito serio sulla cultura del sonno dei bambini che c’è in questo paese.

Chiariamoci: io mi sarei indignata lo stesso, lo avrei considerato comunque una spettacolariizzazione del disagio dei bambini a favore della visibilità della trasmissione. Ma da parte loro sarebbe stato più coraggioso.

Invece i genitori sono trattati dalla Tata molto peggio dei bambini, sia quelli protagonisti della trasmissione sia gli spettatori. Il messaggio di fondo della Tata è: una sedicente esperta in 5 giorni e con 4 consigli stereotipati  è in grado di risolvere i tuoi problemi meglio di te. Tu devi solo eseguire. La mamma di quella puntata è un burattino nelle mani della Tata (o almeno così ci è presentata, perché ovviamente è parte del format).

É questo l’aspetto peggiore: chi davvero vuole essere di sostegno ai genitori nella complessità del compito che si trovano ad affrontare giorno per giorno deve prima di tutto farli sentire capaci e dargli la possibilità e gli strumenti per decidere loro cosa è meglio per i loro figli, perché sono loro che li conoscono intimamente e possono veramente cambiare in meglio le loro vite, se lo fanno con convinzione e autodeterminazione.

PS. Noi ovviamente dormiamo insieme!

Dormire insieme ai bambini

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Dormire insieme è la cosa più naturale del mondo.

La maggior parte dei mammiferi condivide la tana con la prole, e nella storia dell’umanità i bambini non hanno mai dormito da soli. E c’è un motivo, anzi due.

Prima di tutto per proteggere i propri figli da eventuali minacce, per fortuna non molto probabili nel nostro mondo.

E poi per permettere l’allattamento a richiesta, che non solo ha permesso alla nostra specie di sopravvivere per migliaia di anni, ma è tuttora il migliore modo e più naturale per nutrire i cuccioli e promuovere l’attaccamento con la madre (per fortuna non il solo!).

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Oltre al nutrimento, uno dei bisogni oggettivi dei bambini piccoli è il contatto. Hanno vissuto per 9 mesi in un ambiente a temperatura costante, senza notte né giorno, nutriti e idratati 24 ore su 24, con dolci suoni e movimenti a cullarli: per superare il trauma della nascita hanno bisogno di un periodo di transizione e accompagnamento alla realtà del mondo esterno, più o meno lungo a seconda di diversi fattori. Si parla infatti di esogestazione per i primi 9 mesi fuori dall’utero.

Dormire insieme aiuta anche a prendere il ritmo circadiano e a diminuire gli episodi di pianto notturno. Permette alla mamma e al papà di accudire il piccolo anche di notte, senza doversi alzare.

Man mano che il bimbo cresce diventa semplicemente un modo per condividere un momento delicato della giornata e gestire i risvegli notturni con semplicità (perché ci saranno, e fino a 3 anni sono fisiologici!).

Spesso leggo di genitori che si trovano a condividere il letto con i bimbi ma hanno molti dubbi e difficoltà, anche di tipo pratico.

Per noi è andata così: non abbiamo preparato la “cameretta”, ma una stanza con il meno possibile da adattare alle esigenze che avremmo avuto di mano in mano. Una specie di premonizione ha fatto sì che io insistessi per portare lì il futon singolo che era il letto del papà.

I primi tempi ho dormito io nel letto singolo con il bimbo, ma dopo le prime settimane abbiamo cercato una soluzione di più lunga durata.

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Abbiamo trasferito il nostro letto e l’abbiamo messo vicino al letto singolo, così c’è spazio per tutti ed è sicuro. Il fatto che sia per terra è bellissimo: da quando gattona è autonomo nel salire e scendere da solo (Montessori insegna).

Abbiamo usato pochissimo la culla e non pensiamo di utilizzare lettini o lettucci: questo letto potrà essere il letto del nostro bimbo fino a che lo vorrà.

Quando lui sarà pronto, noi ci ritrasferiremo in camera nostra (attualmente guardaroba e mio studiolo) e lui rimarrà nella sua camera, un luogo che già conosce e dove pensiamo sarà più facile sentirsi tranquillo e al sicuro.

Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna.