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I conflitti fra bambini

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In un’educazione attenta alla dimensione pedagogica del rischio i conflitti non vengono sanzionati e evitati in quanto tali, ma vengono affrontati anch’essi in un’ottica di opportunità. Il conflitto tra bambini scatena molte paure negli adulti, che temono le conseguenze di un confronto fisico, ma anche il peso di dover aiutare a gestire sentimenti negativi come la rabbia e la confusione e spiacevolezza di dover stare loro stessi nella situazione di conflitto per poter contribuire a risolverla positivamente.

Quando l’adulto mette da parte le sue paure, e riesce a concepire il conflitto come un’opportunità di apprendimento, i bambini ne traggono enorme beneficio potendo allenarsi nella rischiosa arte di negoziare.

Innanzitutto quando fanno un passo indietro (accettando il rischio che questo passo comporta) gli adulti scoprono che i bambini hanno in sè le risorse per affrontare e risolvere la maggior parte dei conflitti:

Un’antrolpologa russa, Marina Butovskaya, che ha ossservato molti bambini di nazionalità e culture diverse in situazioni spontanee, è giunta alla conclusione che esiste una capacità innata di porre fine ai bisticci e di riconciliarsi. E’ difficile che prima dell’adolescenza si formino delle inamicizie stabili, se i bambini si frequentano e condividono lo stesso territorio come può essere un cortile, una piazza, un prato. I bambini ritornano amici dopo un bisticcio, senza che sia necessario l’intervento mirato degli adulti, anzi quando questi intervengono in modo maldestro possono complicare la situazione, perché la loro ingerenza rende la circostanza più seria agli occhi dei bambini, i quali giudicano che la situazione sia sfuggita loro di mano. Quste abilità però non si sviluppano in assenza di esperienze dirette, di un “territorio” d’incontro e del tempo necessario per tornare “amici come prima[1]

Quando l’adulto interviene, perchè richiesto o perchè necessario, il suo ruolo non è quello di arbitro nè di giudice, ma quello di mediatore: deve sostenere i bambini nell’esprimere ciascuno il suo punto di vista e le sue emozioni, e aiutarli a trovare una soluzione (di solito un compromesso) che soddisfi entrambi. Non è neanche detto che sia necessario che la soluzioni la trovi lui, anzi tanto meglio se a suggerirla sono i bambini, che in queste occasioni dimostrano molta più creatività di quanto ci aspettiamo.

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R. e S. giocano alla lotta.

Certo bisogna accettare il rischio di non trovare subito la soluzione, che nel processo la tensione rimanga alta un po’ più a lungo, che qualcuno esca scontento dal conflitto. Ma l’obiettivo che si può raggiungere è quello di crescere adulti in grado di risolvere positivamente i conflitti, interrompendolo il circolo vizioso che ci ha abituato a identificare la soluzione dei conflitti con la punizione dei (di solito presunti) colpevoli e la distribuzione dei torti e della ragione:

L’istituzione educativa non riesce a smorzare l’ansia genitoriale già abbondantemente elevata su questo versante. I vissuti degli insegnanti la fanno spesso da padrone. Prevalgono le paure: che i bambini si facciano male, che non si sentano difesi, che domini l’ingiustizia dei più forti, che si sentano trascurati dalle insegnanti. Infine quella più recente: che i genitori dei bambini non solo protestino ma si facciano una pessima opinione degli insegnanti stessi. Questa paura ha motivazioni scarsamente scientifiche. Sono in realtà processi di colpevolizzazione che provengono in genere dall’infanzia stessa delle maestre o delle educatrici. Essendosi impiantate in un periodo infantile di cui non c’è una vera e propria memoria consapevole, proseguono senza la possibilità di una sana rielaborazione.[2]

In questo contesto anche lo stesso gioco della lotta viene per lo più sazionato e impedito, perchè considerato presagio di sviluppo di comportamenti antisociali (e possibile motivo di discussione con/tra genitori), quando è invece un fondamentale strumento per lo sviluppo delle competenze sociali dei bambini[3].

[1] Oliverio A., Oliverio Ferraris A., A piedi nudi nel verde. giocare per imparare a vivere, Firenze, Giunti Editore, 2011, p. 104

[2] http://www.cppp.it/il_metodo_litigare_bene.html

[3] Gill T., No fear. Growing up in a risk averse society, London, Calouste Gulbenkian Foundation, 2007, p. 43

 

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