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Impulsi

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Nella vita quotidiana capitano a tutti quei momenti in cui la stanchezza, la frustrazione, le cose che non vanno come vorremmo, ci fanno venire voglia di prendercela con il mondo intero. Momenti in cui sentiamo il bisogno di fare qualcosa di impulsivo e liberatorio che ci faccia sentire meglio.

Noi adulti di solito (e non sempre…), sapendo che potremmo danneggiare noi stessi e/o gli altri agendo sulla base dell’impulso di un momento, dirigiamo la nostra voglia di sfogarci verso i bersagli più accettabili, ognuno con la propria strategia. Chi va a correre, chi si mangia un super dolce, chi parla con un amico, chi si dedica al suo hobby…

Anche ai bambini succede così, certe volte agiscono semplicemente sull’onda di un impulso che non riescono a gestire. In questi casi talvolta è utile aiutarli a verbalizzare, a esprimere a parole quello che stanno vivendo perchè diventi qualcosa di meno travolgente, più famigliare e controllabile. Attraverso il dialogo si può aiutarli ad individuare perchè si stanno comportando in un certo modo, ed affrontando il problema di fondo, scomparirà anche il comportamento problematico.

Lo scopo non dev’essere quello di dire al bambino che quello che ha fatto è sbagliato, e indicargli come avrebbe dovrebbe comportarsi. E’ invece quello di capire insieme qual è il problema e come si può affrontare.

Lo psicologo Ross Green ha abbandonato l’approccio comportamentista ancora largamente diffuso per “disciplinare” i bambini, per proporre invece un atteggiamento diverso nel porsi davanti ai bambini quando hanno comportamenti irragionevoli e impulsivi, il CPS (Collaborative and Proactive Solutions):

“The CPS method hinges on training school staff to nurture strong relationships—especially with the most disruptive kids—and to give kids a central role in solving their own problems. For instance, a teacher might see a challenging child dawdling on a worksheet and assume he’s being defiant, when in fact the kid is just hungry. A snack solves the problem. Before CPS, “we spent a lot of time trying to diagnose children by talking to each other,” D’Aran says. “Now we’re talking to the child and really believing the child when they say what the problems are.”” (tratto da qui).

Può succedere anche che nei momenti di irrequitezza del bambino le parole servano a poco, perchè è più urgente trovare le strategie per disinnescare la situazione. In fondo sta attraversando una difficoltà emotiva, più che cognitiva: spesso il bambino sa bene che non dovrebbe fare certe cose, ma in quel momento non sa come affrontare diversamente il  suo bisogni di affrontare un disagio. Il nostro compito è di accompagnarlo a trovare le strategie efficaci per affrontare la gestione delle emozioni, che saranno diverse da bambino a bambino, da situazione a situazione. Sempre con umiltà, accettazione, dolcezza e tanta pazienza… sarà un percorso lungo.

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Agendo diversamente, cioè sanzionando il comportamento in sè, umiliando il bambino, cercando di controllare il suo comportamento in modo direttivo e autoritario si sacrifica l’obiettivo a lungo termine (aiutare a crescere bambini capaci di gestire le proprie emozioni) per uno a breve termine, la tranquillità momentanea:

“Teachers who aim to control students’ behavior—rather than helping them control it themselves—undermine the very elements that are essential for motivation: autonomy, a sense of competence, and a capacity to relate to others.” (tratto da qui).

La cosa peggiore che può fare un adulto quando un bambino agisce in modo impulsivo è interpretarlo come una provocazione, e reagire di conseguenza, comportandosi anche lui sulla base delle proprie emozioni (la paura, la rabbia) e complicando ulteriormente la situazione. In qualsiasi caso il ruolo dell’adulto infatti è sempre quello di essere la “base sicura” del bambino. Se il bambino è travolto dalle proprie emozioni, la cosa più importante è dimostrargli che è possibile invece rimanere tranquilli e rimanere se stessi anche nelle situazioni che ci mettono alla prova. Il nostro esempio servirà più di mille parole.

L’amore incondizionato è tale solo se è davvero tale, cioè è indipendente dalle “condizioni” esterne e momentanee:

“La domanda più urgente è, naturalmenete, come dovremmo trasmettere il nostro amore ai figli dopo che si sono comportati male, anche quando pensiamo che dovremmo esserne certi (gliel’avremmo ripetuto già un centinaio di volte!). A tale proposito è normale affrontare che stanno mettendoci alla prova, definizione molto diffusa in campo disciplinare e spesso utilizzata per giustificare l’imposizione di limiti maggiori è più rigidi. A volte la convinzione che i figli ci stiano mettendo alla prova diventa persino la razionalizzazione delle nostre punizioni. Sospetto, tuttavia, che con la propria disobbedienza, i bambini mettano alla prova tutt’altro – per la precisione l’incondizionalità del nostro amore. Forse si comportano in modo inaccettabile per verificare se smetteremo di voler loro bene.

La nostra reazione deve essere un secco rifiuto ad abboccare. Abbiamo il dovere di rassicurarli: “Indipendentemente da quello che combinerai, per quanto frustrato possa sentirmi, non smetterò mai, mai e poi mai di volerti bene”. Dirlo con tutte queste parole non nuoce, tuttavia sarà bene dimostrarlo pure con i gesti. I genitori che amano in modo incondizionato rassicurano regolarmente i propri figli, specie nei momenti conflittuali, dell’importanza che essi hanno per loro.”

A. Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni alla quella dell’amore e della ragione, p. 166

Pensare di impedire a un bambino di ripetere un comportamento sgradito rispondendo con la minaccia di toglierli  la nostra accettazione vuol dire cercare di controllarlo con la paura e porterà soltanto a minare il suo senso di autoefficacia (A. Bandura) e la sua sicurezza ontologica (A. Giddens).

 

 

 

 

La manipolazione

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Alcuni genitori  si sentono in dovere di proporre continuamente oggetti e attività che stimolino la fantasia e l’intelligenza dei propri bambini. Comprano i giochi più sfavillanti o i materiali didattici più raffinati.

Ma non è la ricchezza né la ricercatezza dell’oggetto che fa la differenza, è la qualità dell’esperienza.

Un’esperienza significativa secondo me deve essere complessa, cioé prevedere tanti percorsi al suo interno, senza un’unica soluzione e con un pizzico di imprevedibilità. Deve essere libera, perchè ognuno la deve poter personalizzare nei ritmi, nei modi, negli obiettivi.

Talvolta gli educatori stessi si perdono via e si comportano come se il loro lavoro fosse costruire ambientazioni fantasiose per rendere più interessante una vita quotidiana  e un mondo che chissà perché, evidentemente, considerano noiosi. Ma se c’è da inventare una storia, un gioco, un’avventura… chi può farlo meglio dei bambini stessi?

Facciamo fatica a riconoscere la validità di un’esperienza difficilmente etichettabile, se non come semplice “manipolazione”, perché non ci sono personaggi riconoscibili, prodotti definiti, apprendimenti tangibili.

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Davanti sabbia, segatura, foglie, legnetti, ghiande e pigne, adulti e bambini chiedono “Cosa dobbiamo fare?”. E rimagono spiazzati dalla risposta “Giocare!”. Ma per poco, perché per fortuna i bambini sono bambini. E si cucinano zuppe, si costruiscono strade e città, si scalano montagne…

L’importante è essere onesti e coerenti, e quando i materiali si mischiano, escono fuori dai contenitori, si incastrano gli uni negli altri… lasciar fare. E’ in corso una sperimentazione, e non si può interrompere il gioco spontaneo dei bambini.

Ma se fanno tutto i bambini… qual è il ruolo degli adulti? E’ quello di sostenere il bambino, partecipando al gioco se richiesto, accogliendo il pensiero che sta dietro alle sue azioni, trovando le parole insieme e facendo le domande giuste. Si può parlare di cibo, delle esperienze quotidiane, dei gesti che ci vedono fare e che in questi contesti di gioco rielaborano e fanno loro. La relazione con l’adulto deve alimentare il dialogo interno del bambino, che sta imparando a nominare e collegare tutte le piccole esperienze che insieme costituiscono la sua vita, la vita di tutti.

pasti2L’educatore in particolare deve aver osservato e avere esperienza dei bisogni e delle esigenze che possono esserci in un gruppo di bambini che giocano, ed avere alcune attenzioni nel proporre il materiale perchè l’attività, una volta iniziata, si possa svolgere con la massima tranquillità. Alcune accortezze:

  • offrire contenitori di diverse dimensioni: a seconda del bambino, dell’età e del gioco possono servire contenitori grandi, piccoli, piccolissimi;
  • tenere conto che alcuni bambini possono non avere piacere a toccare direttamente con le mani i materiali proposti, serviranno degli “strumenti”, in questo caso cortecce e legnetti hanno fatto da palette, cucchiai e anche da forchette (su iniziativa dei bambini);
  • offrire materiali con forme e consistenze diverse: quelli naturali hanno la più ampia varietà di caratteristiche;
  • non avere troppi preconcetti sull’età, a 12 mesi come a 8 anni ci si può divertire anche con gli stessi materiali, ovviamente in modo diverso;
  • offrire alcuni elementi “fissi”, che diano un punto di riferimento per sperimentare il dentro/fuori, il sopra/sotto; nel mio caso uso i contenitori di legno costruiti apposta per me da Leone d’Oro Restauri.

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Piccola guida per la sopravvivenza ai consigli indesiderati

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Non c’è gruppo, reale o virtuale, di genitori in cui non salti fuori insistentemente l’argomento dei consigli sgraditi che si ricevono quando si diventa mamma e papà.

Fanno rabbia quelli delle persone che incrociamo per strada, e che si sentono in diritto di fare commenti su quanto è vestito (o svestito) il nostro bimbo.

Fanno ancora più male quelli delle persone a noi vicine, da cui vorremmo supporto e non critiche continue.

Non so perché tutti (molti) si sentano in autorizzati a dire la loro su come dovremmo crescere i nostri bambini, come se una volta diventati genitori le nostre facoltà mentali fossero diminuite improvvisamente e avessimo bisogno di uno stuolo di babysitter che ci impediscano di commettere gravissimi errori come allattarli dopo l’anno o tenerli in fascia per troppo tempo.

Sicuramente sono consigli difficili da gestire, perché ci toccano nelle nostre scelte più intime, e talvolta anche nelle nostre insicurezze. Credo ci sia anche un senso di ingiustizia nel fatto che proprio quando vorremmo concentrarci nel nostro nuovo ruolo, sperimentare in tranquillità e conoscere nostro figlio, ci troviamo invece a doverci preoccupare anche di cosa pensa il parente o l’amico di turno su quante volte allattiamo o dove dorme il pupetto.

Per affrontare queste situazioni la prima cosa è cercare di capire il perché di questi interventi, fare lo sforzo di metterci nei panni di chi li fa e cercare di scoprire cosa c’è dietro.

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Ad esempio, se nell’ipotesi più ottimista la causa dei consigli sgraditi potrebbe essere semplicemente ignoranza, allora la risposta più efficace sta nell’informazione. Senza perdere la calma (e senza far sentire stupido il nostro interlocutore), troviamo il modo di spiegare il perchè delle nostre scelte, magari prestando qualche articolo o libro da leggere, oppure invitando a venire a un incontro con una persona esperta.

Certe volte gli interventi derivano da un’incapacità di accettarci nel nostro nuovo ruolo di genitori. La mamma o il fratellone potrebbero non rendersi conto che ora le cose sono un po’ cambiate e per quanto riguarda nostro figlio ci dobbiamo prendere noi la responsabilità di alcune scelte, insieme al nostro partner. Loro rimaranno i consiglieri privilegiati, ma per quanto riguarda la nostra nuova famiglia non possono pensare di darci consigli dall’alto in basso. In questo caso ci vuole un po’ di sana affermazione, è inutile entrare nel dettaglio delle scelte sui cui non si è d’accordo: il punto è che siamo noi la mamma e il papà ora, e nostro figlio lo conosciamo meglio di chiunque altro al mondo. Senza essere oppositivi, ma con serenità e sicurezza facciamo capire che abbiamo preso sul serio il nostro ruolo, e nessuno può sostituirsi a noi.

Altre volte invece dietro a critiche e osservazioni dei nonni c’è la paura, la paura di essere giudicati a loro volta, di scoprire che se facciamo delle scelte diverse dalle loro è perché pensiamo che loro abbiano sbagliato. In questo caso può bastare l’accettazione, e se necessario il perdono. Chiediamo di raccontarci com’è stato per loro diventare genitori, di condividere i ricordi e le emozioni di quel periodo. Si renderanno conto che la loro esperienza vi interessa, non per ripetere le stesse scelte, ma perchè è bello sapere che ci sono passati tutti. Per loro sarà più facile mettersi nei vostri panni e magari capiranno come può essere fastidioso ricevere critiche continue in questo periodo della propria vita.

E’ possibile anche che quando nasce un bambino conflitti già presenti in famiglia e dovuti ad altro si riversino sulle nostre scelte genitoriali. La cognata a cui stiamo antipatiche non si tira indietro dal rompere le scatole anche su come cresciamo nostro figlio… e allora è necessaria un po’ di chiarezza: diciamo senza giri di parole che se ce l’hanno con noi per altro non si permettano di tirare in ballo nostro figlio.

Non è inusuale anche che gli interventi fastidiosi nascondano in realtà semplicemente la voglia di partecipare alla vita della vostra nuova famiglia. Allora prendere voi l’iniziativa, e suggerite che cosa possono fare i parenti e gli amici per aiutarvi senza essere inopportuni. La suocera è stranita dal fatto che tenete sempre il bimbo in fascia ed è brava a cucire? Chiedetele di cucirvi una borsina per ripiegare la fascia e metterla in borsa quando non serve. La zia cuoca instancabile insiste che a 4 mesi bisogna cominciare a dargli la frutta? Ditele che quando comincerete lo svezzamento (dopo i 6 mesi) vorreste provare a fargli i biscotti in casa con pochi grassi e zuccheri, se vi aiuta a trovare la ricetta perfetta.

Tante volte purtoppo i commenti arrivano da chi non sa farsi i fatti propri, si vuole impicciare e pensa di saperla lunga. Magari ci vedono un po’ stanchi, pensano che siamo in difficoltà e si fanno belli di poterci regalare le loro perle di saggezza. O sono quel tipo di amici che non hanno figli e pensano che tutti i genitori si rimbambiscano completamente appena hanno il pupetto tra le braccia.In questo caso probabilmente l’unica reazione possibile è l’umorismo.

Vignetta di Maria Francesca Agnelli tratta da “Allattare è facile!” di Giorgia Cozza, Il Leone Verde Edizioni

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Queste riflessioni nascono all’interno del percorso “Nascita di un genitore“, ciclo di 3 incontri sulla genitorialità consapevole.

 

Il mio bimbo è viziato?

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Papà si è rifiutato di comprarmi un pupazzetto di Bart Simpson. Mamma voleva, ma papà no, ha detto che sono viziato.

“Perché dovremmo comprarglielo, eh?” ha strillato con mamma. “Perché? Basta che lui apra la bocca e tu scatti sull’attenti”.

Papà ha detto che io non avevo rispetto del denaro, e che se non imparavo fin da piccolo ad averne, allora quando lo avrei avuto?

I bambini ai quali si comprano facilmente pupazzetti di Bart Simpson da grandi diventano delinquenti che vanno a rubare ai chioschi. Allora, al posto del pupazzetto di Bart Simpson, papà mi ha comprato un brutto porcellino di ceramica con una fessura sulla schiena, così finalmente sarei cresciuto onesto, non sarei diventato un delinquente.

Inizia così un racconto breve  intitolato “Rompere il porcellino” di Etgar Keret. Ho letto questo piccolo racconto ormai qualche anno fa, e ci ritorno spesso.

Affronta con ironia e un tocco di assurdo una paura condivisa da molti genitori: il dubbio di stare crescendo un bambino viziato.

Ma cosa vuol dire veramente un bambino “viziato”? E come si fa a “viziare” un bambino? Sono domande molto più complesse di quello che sembra apparentemente.

Comunemente pensiamo a un bambino viziato quando non accetta di vedersi rifiutato qualcosa. Ma bisogna fare delle importanti distinzioni: che cosa stiamo rifiutando a nostro figlio, e perché?

Può darsi che gli stiamo rifiutando qualcosa che per lui è importante e di cui ha bisogno. Magari semplicemente perché è impossibile o pericoloso concederla. Talvolta gli rifiutiamo qualcosa perché per noi è un fastidio o una perdita di tempo, aldilà delle motivazioni del suo desiderio.

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La richiesta di un bambino all’inizio nasce sempre da un suo bisogno, e la nostra risposta deve basarsi sempre sulla comprensione e l’accettazione di quel bisogno, nel rispetto ovviamente dei limiti dell’ambiente e del bambino stesso. Ma se nel tempo le nostre risposte deviano continuamente le richieste del bambino, cercando di modificare il suo comportamento con premi o punizioni, non spiegandogli ostacoli e alternative possibili, lui stesso non distingue più i suoi bisogni naturali.

Maria Montessori diceva:

“No, l’adulto non ha viziato il suo bambino quando gli ha ceduto; ma quando gli ha impedito di vivere e lo ha spinto verso deviazioni del suo naturale sviluppo.”

(da “Il segeto dell’infanzia”, 1999, Garzanti, p. 231)

Voi cosa fareste nei panni della mamma e del papà del bambino che vuole il pupazzetto di Bart Simpson?

Ne parliamo Sabato 29 marzo dalle 10.00 alle 12.00 a Cascina Costa Alta nel Parco di Monza, in un incontro all’interno del percorso Madr&natura.

Il termine naturale dell’allattamento

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Qual è il termine naturale dell’allattamento? Sicuramente non è una data prestabilita, una scadenza decisa a tavolino.

Il termine naturale dell’allattamento è, semplicemente, quando l’allattamento ha esaurito tutte le sue funzioni e viene sostituito da altri comportamenti e altre modalità di relazione. Per stabilire quando si raggiunge questo termine naturale si possono seguire due strade.

La prima, la mia preferita, fidarsi delle sensazioni della madre e del bambino. Ma spesso questa ipotesi incontra molto scetticismo, che tradisce una visione del bambino come incompetente e della mamma come femmina in preda a emozioni primordiali. Infatti per alcuni, il bambino, se fosse per lui, non smetterebbe mai. Invece io incontro bambini molto competenti, che lavorano tutti i giorni con impegno per crescere e che, se sostenuti e non ostacolati, ogni giorno acquisiscono nuove autonomie, lasciandosi dietro le abitudini da piccolini che sembravano irrinunciabili fino al giorno prima. Arriva anche il momento in cui questi bambini sono pronti per smettere di allattare, e può avvenire senza traumi e senza pianti. Talvolta è una decisione consapevole, talvolta è la nuova gravidanza della mamma a portarli a smettere, talvolta l’allattamento rimane legato a momenti particolari, come i risvegli notturni, e semplicemente quando queste occasioni smettono di presentarsi anche l’allattamento finisce.

Ovviamente l’allattamento è un percorso (almeno) a due, e anche la mamma fa la sua parte per leggere i segnali che sta volgendo al termine. Ma anche sul ruolo attivo e consapevole della mamma in questo passaggio c’è una diffusa sfiducia, che nasconde l’idea che sull’allattamento la mamma non possa ragionare, si faccia prendere dagli ormoni e non riesca a rendersi conto che è un percorso che è destinato a concludersi nei primi anni di vita di suo figlio. Vi assicuro che ogni mamma lo sa, e come affronta tanti momenti difficili e emozionanti della crescita dei suoi figli saprà affrontare anche questo senza perdere la testa. Sì, anche se la coinvolge fisicamente in modo così intimo: non siamo schiave del nostro corpo. Quindi fidatevi del vissuto di una mamma e del suo bambino, sanno loro quando è il momento di smettere.

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Ma se non vi fidate delle competenze di mamma e bambino, ci sono anche degli aspetti oggettivi e concreti da tenere in considerazione per farsi un’idea di quando potrebbe essere questo termine naturale: l’allattamento ha diverse funzioni, e se si considerano una a una sono tutte importanti almeno fino al secondo anno di vita del bambino.

Dal punto di vista nutrizionale ad un certo punto l’allattamento non basta, ma i suoi benefici non diminuiscono dopo l’anno: qualsiasi altro cibo non può essere comparato al latte materno, che è specie specifico. Infatti la composizione del latte materno continua a cambiare anche dopo l’anno per seguire i bisogni di un bambino in crescita, diventando più nutriente. Le raccomandazioni ufficiali (OMS, UE, Ministero della Salute italiano) infatti consigliano di continuare l’allattamento “fino ai due anni, e oltre“.

Il latte materno inoltre continua a fornire una riserva di anticorpi, tanto più utile quando il bambino gattona, cammina dentro e fuori casa, comincia a frequentare posti nuovi e a rapportarsi con altri adulti e bambini sempre più da vicino. Dopo l’anno la concentrazione di anticorpi nel latte aumenta, appositamente per dare la stessa protezione a un bambino che comincia a prendere minori quantità di latte. Il nostro latte è fatto apposta per nutrire i bambini anche dopo l’anno, e non per caso.

Allattare inoltre è una componente importante della relazione mamma bambino e ha molte ricadute positive, soprattutto nella capacità di empatia della mamma (leggi ossitocina). Nel momento delicato dei due anni, quando la personalità del nostro bimbo si fa sempre più presente, ma la sua capacità di esprimere e gestire le emozioni è ancora immatura, un età in cui è difficile capirli, e iniziano i conflitti che mettono cosi in crisi tanti genitori, l’allattamento è un modo in più  per continuare ad accogliere e sostenere i nostri bimbi, stargli vicino quando le parole ancora non bastano per comunicare.

L’allattamento è legato anche al sonno, e non per le presunte cattive abitudini delle mamme che viziano i figli. Il fatto che allattare induca il sonno, sia per la mamma che per il bambino, non è un effetto collaterale indesiderato, ma è un aiuto essenziale per sostenere entrambi dato che fino ai 3 anni i risvegli nei bambini sono fisiologici, e allattare è uno dei modi più efficaci per superare indenni (o quasi) questa fase.

Di fondo è uno solo il principio che conta: finché i nostri bambini ne hanno bisogno e ce lo chiedono, perché negarglielo?

Anche qui so qual è l’obiezione degli scettici: si dà una responsabilità troppo grande ai bambini se si aspetta che siano loro a far capire che è il momento. Ma anche questa obiezione nasconde una concezione negativa ben precisa: l’idea che il termine dell’allattamento sia un momento traumatico, un lutto che mamma e bambino non possono gestire, un passaggio doloroso che è meglio anticipare per non renderlo più penoso ancora.

Io, invece, allatto mio figlio di quasi due anni e continuerò a farlo finché lui ne avrà bisogno (me lo chiederà), perché credo fermamente che il momento in cui smetterà sarà bello, sarà un’emozione per entrambi, un traguardo raggiunto insieme e non mi fa paura.

Ecco come riconoscere il termine naturale dell’allattamento: è quando si smette senza imposizioni e senza traumi, per nessuno dei due.

Tempo di qualità

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Il tempo di qualità da passare con i nostri bimbi è il tempo della quotidianità. E’ stendere il bucato, mettere in ordine e fare merenda insiemeE’ anche il tempo del cazzeggio, della noia, dello stare insieme senza fare niente. E’ condividere le mille situazioni difficili, imprevedibili e diverse che ci sorprendono e ci incasinano la vita. E’ il tempo delle piccole sfide da affrontare e dei piaceri da godere.

Il tempo di qualità soprattutto è quello che va al loro ritmo, è il tempo che lasciamo loro per farne quello che vogliono. Per ripetere lo stesso gioco mille volte, per vedere quante volte possono correre intorno al divano prima di cadere da quanto gli gira la testa.

passo2E’ quello in cui noi riusciamo a stare al loro passo, anche quando è frustrante e difficile. Alcuni bambini (sicuramente il mio) quando sono piccoli ci mettono tanto ad addormentarsi. Tocca stare lì con loro delle ore, solo per farli dormire! E’ faticoso. Ma in realtà sono momenti (ore) preziosi: perché sono momenti in cui il nostro bimbo ha bisogno di noi e noi siamo lì con lui. Non importano le mille cose da fare e neanche la voglia di guardarsi un film. Avremo tutto il resto della nostra vita per farlo. E’ il momento per imparare qualcosa di molto importante: è arrivato lui nelle nostre vite, ed ha dei bisogni specifici, una personalità distinta e la sua vita scorre secondo un ritmo proprio. Essere genitori è saper ascoltare quel ritmo, e accoglierlo.

Il mio bimbo ora si addormenta in 15 minuti. La sera possiamo guardarci un film o stare nei gruppi su Facebook a discutere di pedagogia (almeno io). Ma quel tempo lento per stare accanto a lui mi manca già. Non è stato un tempo bello, né facile ma ha significato tanto per noi: mi ha insegnato ad avere fiducia in lui e a stargli vicino quando me lo chiede, anche quando non so il perché.

Nascita di un genitore

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Dopo circa un mese dalla nascita di mio figlio siamo andati all’ultimo incontro del corso pre-parto, quello in cui si portano i pupetti e si condividono le esperienze del parto. L’ostetrica ci faceva intervenire nell’ordine di nascita dei bimbi, così alla fine di ogni racconto chiedeva: “E dopo chi è nato?”. Ad un certo punto mi sembrava toccasse a me, così sono intervenuta e ho detto, senza pensarci: “Dopo siamo nati noi!”. Ops, lapsus…

Ma forse no, in realtà più ci pensavo più aveva senso: intanto perché nascere è un lavoro che si fa (almeno) in due, e a un mese dal parto non mi poteva essere più chiaro.

E poi perché come genitore sono nata anch’io quel giorno, per quanto ci avessi pensato prima e per quanto ne avessi letto, mi fossi immaginata come sarebbe stato, per quanto mi sentissi pronta e in grado, fino a che non c’è stato lui era solo un’idea di genitorialità astratta e solo da quel momento è diventata una pratica, una parte concreta della mia vita e fondamentale della persona che sono.

Non penso che diventare genitore ti debba per forza sconvolgere la vita, può essere anche la continuazione naturale di quello che siamo stati prima, ma certamente è una prova concreta che richiede la mobilitazione di risorse e energie che non sapevamo neanche di avere e che mette in gioco tutti noi stessi, portandoci a grandi conferme ma anche rivoluzioni di quello che fino a poco tempo prima ci sembrava facile e scontato.

Negli incontri che tengo con i genitori non voglio fornire soluzioni generalizzate nè tantomeno ricettine pedagogiche, ma mettere al servizio di altri gli strumenti e le informazioni che ho imparato nel mio lavoro di educatrice e che si stanno arricchendo e trasformando nella mia esperienza di madre.

Insieme a loro voglio porre quelle domande che spesso i genitori si fanno ma a cui non riescono a trovare risposta, perché manca il loro il tempo o che magari evitano di approfondire perché in un momento così impegnativo delle loro vite non vogliono aggiungere confusione e dubbi.

Le risposte proveremo a trovarle insieme, ciascuno secondo le proprie esigenze, i propri valori e la propria storia personale.

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NASCITA DI UN GENITORE

 Aspettative, luoghi comuni e vita quotidiana di un neo genitore.

Laboratorio di riflessione guidata sui cambiamenti e le sfide che porta la genitorialità con strumenti che promuovono una comunicazione costruttiva e una condivisione rispettosa di esperienze e punti di vista, tramite la scrittura, lettura e commento di racconti letterari o autobiografici e esercizi di immedesimazione.

Primo incontro

1.      Modelli genitoriali

Ognuno di noi ha una sua idea di come dovrebbe essere un genitore, ma spesso non ne è del tutto consapevole. A chi guardiamo come modello? Quali sono le caratteristiche e i comportamenti che riteniamo tipici di un genitore? E che genitore vorremmo o ci sentiamo di essere?

2.      Idea di bambino

Qual è l’età giusta per maneggiare un coltello? E per dormire da soli? Siamo sicuri di sapere cosa possiamo aspettarci legittimamente dal nostro bambino? E come capire di cosa ha realmente bisogno?

 

Secondo incontro

1.    Cosa c’è di vero?

Proviamo a capire il senso e il non senso in alcune frasi che prima o poi in quanto genitori ci sentiremo dire, e forse diremo noi stessi, come: “Bisogna imparare a dire di no”, “Sono solo capricci”, “Se lo tieni troppo in braccio lo vizi”, “Se lo aiuti non imparerà mai a farlo da solo” etc.

2. Comunità: risorsa o ostacolo

Qual è il ruolo di nonne, parenti, amici nella crescita di nostro figlio? Come possono aiutare? Come gestire interventi sgraditi e mettere a frutto le potenzialità di una rete sociale.

3. Esperti e “esperti”

Chi è un vero “esperto”, di chi possiamo fidarci quando abbiamo bisogno di un consiglio e di un supporto? Tra chat e forum di mamme, siti specifici, riviste, rubriche e trasmissioni televisive è possibile trovare un aiuto e non solo confusione? Ma soprattutto, ne abbiamo bisogno?

 

Terzo incontro

1. Educare, educarsi

Ma quindi cosa significa “educare”? è un’attività, un processo spontaneo o intenzionale? Quali sono gli strumenti a disposizione? Chi o che cosa educa?

2. Resituzione e verifica del percorso

Dialogare per costruire idee

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Timo il Bruco e LibereLettere sono due blog praticamente coetanei.
Condividono il  bisogno di ricerca nel bellissimo e difficile viaggio della genitorialità.
È successo così che un giorno, grazie ad una frase nella presentazione di LibereLettere: “educazione” (per semplificare: il termine non ci soddisfa), e ad un relativo commento, è nata un’idea che piano piano sta prendendo forma nelle teste di Selima Caterina (le due anime adulte dietro ai blog).
E che sarebbe bello coinvolgesse tante altre blogger con la voglia di dialogare per costruire idee e farle crescere.
L’idea è di confrontarsi su temi importanti con modalità riflessive e di ascolto.
Abbiamo chiaro entrambe che le risse non ci piacciono, e non producono niente di interessante. Pensiamo che, grazie allo spazio personale, libero, dilatato, dei blog, sia invece possibile non essere d’accordo, con serenità.
E che non essere d’accordo possa essere anche una grande risorsa per riflettere meglio.
Lanciamo perciò l’iniziativa : “Dialogare per costruire idee”.
Il primo tema, ovviamente, sarà: “Luci ed ombre dell’educare”, ed abbiamo pensato di muoverci così :
  • I due o più blogger che scoprono una differenza di vedute su un tema, e decidono di proseguire il dialogo si contattano, stabiliscono un titolo ed un giorno e scrivono entrambi un post da pubblicare nel giorno stabilito.
  • Intanto espongono il banner dell’iniziativa, i carinissimi cane e gatto opera di Selima, che, diversi ma non troppo, se la chiacchierano pacificamente, che potete prelevare in fondo all’homepage di Libere Lettere.
    Concludono i post con la frase “Questo post partecipa all’iniziativa: Stiamo in ascolto” linkando questo post.
  • La cosa può finire qui, ma se i due desiderano rilanciare e continuare il processo di approfondimento, individuano altri blogger che potrebbero essere interessati e li invitano, riportando i link ai loro blog in fondo al loro post.
  • I blogger invitati, ma anche tutti quelli non invitati che si imbattono nell’iniziativa ed hanno piacere di partecipare, scrivono a loro volta un post con lo stesso tema e titolo dei primi, in cui “rispondono” ed approfondiscono l’una o l’altra o entrambe le posizioni.
  • Nei post successivi verranno indicati i link ai primi, a cui si sta rispondendo, e verrà riportato il banner.
  • Questi post verranno linkati nei commenti ai primi, in modo da avere una raccolta completa di riflessioni successive.
Ahem … troppo complicato ?!
Tutto questo avverrà nella piena consapevolezza che “la ragione” non esiste, e che stiamo facendo un gran favore l’uno all’altro ad offrirci i rispettivi pensieri.
Ed ora, per verificare se la cosa funziona, iniziamo con una bella prova pratica dal successivo post!
Grazie
Selima, Caterina
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Dinamiche di un “capriccio”

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Qualche settimana fa ho assistito a un “capriccio” esemplare, non perché particolarmente spettacolare ma perché dal mio punto di vista esemplificava perfettamente cosa succede in realtà quando un bambino fa un “capriccio”.

La scena:

in uno spazio ludico termina il laboratorio di manipolazione con bambini e genitori. Man mano tutti si alzano con il barattolino riempito dai bimbi con il loro mix di sale e erbe da portare a casa come ricordo dell’esperienza fatta, rimane solo una coppia bimba – mamma. La mamma si affretta a chiudere il barattolino e prende la bimba (circa 15 mesi) per mano, dicendole “Andiamo a far merenda con gli altri bimbi!”.

La bimba allunga la mano verso il barattolo e protesta. La mamma insiste. Le dice “No basta, il laboratorio è finito, andiamo!”.

La bimba punta i piedi e alza il volume, continuando ad allungare le mani verso il barattolo. La mamma mi lancia uno sguardo imbarazzato e mi dice “Tanto poi le passa” e se ne va.

La bimba, senza fare una piega, si siede, prende un barattolo vuoto, lo riempie, indica il coperchio all’altra educatrice presente e osserva attentamente mentre l’educatrice le avvita il coperchio.

A questo punto la bimba si alza con il nuovo barattolino, chiama “Mamma!” e corre a fare merenda serena, come se niente fosse successo.

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Alcuni elementi emergono chiarissimamente da questa scena:

1. I bimbi sanno cosa vogliono, c’è un motivo preciso per cui fanno quello che fanno, non riescono a esprimerlo bene e  magari noi non lo capiamo ma  la maggior parte delle volte che fanno un “capriccio” ci stanno facendo una richiesta specifica.

2. Certe volte basta poco, pochissimo: la mamma aveva chiuso il barattolo in fretta e la bimba voleva vedere come si faceva, era il suo laboratorio e il suo vasetto, era un’aspettativa legittima e tra l’altro non c’era nessuna fretta particolare.

3. Non è facile capire i bimbi certe volte, spesso sono incuriositi da cose che per noi sono assolutamente scontate: dobbiamo avere la pazienza di metterci nei loro panni.

4. Mi ha colpito molto che la mamma si sia sentita in dovere di giustificare la bimba con me (figurati!), perché in effetti probabilmente la paura del mio giudizio l’ha fatta agire in modo più frettoloso di come avrebbe fatto da sola con la sua bimba: in un momento di incomprensione con i nostri bimbi dobbiamo concentrarci sulla comunicazione con loro, considerazioni su quello che potrebbero pensare gli altri lasciamole da parte!

Mi sento in dovere di precisare comunque che la mamma si è comportata in modo piuttosto normale, sicuramente a tutti capita di non capirsi con i propri bimbi nel cercare di far valere le ragioni degli adulti (non c’è tempo, dobbiamo andare etc.) sulle loro.

Un fatto però mi ha lasciato perplessa: da una parte il fatto che la mamma se ne sia andata non mi è proprio piaciuto, mi è sembrato una rinuncia a capire, un volersi dissociare dalla figlia e dal suo comportamento…eppure, eppure è stata proprio la rinuncia della mamma a capire a lasciare libera la bimba di fare quello che voleva, tanto che alla fine era contenta e soddisfatta. Forse certe volte dobbiamo trovare un equilibrio tra stare accanto ai nostri figli e lasciarli fare anche se non capiamo perché. Alla fine si torna sempre lì…

Il genitore pigro

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Il genitore pigro sta seduto (mollemente, e preferibilmente per terra) e non insegue il proprio bimbo dappertutto. Lo incoraggia da lontano, ma non interviene se non quando è richiesto dal bimbo stesso.

Il genitore pigro non spiega al proprio figlio come si fa a giocare con il trattore di legno, e non gli raddrizza il libro che tiene tra le mani. Si muove il meno possibile, e parla ancora meno: non commenta ad alta voce ogni mossa del pargolo. Il suo bimbo è impegnato con i giochi e i bambini e gli adulti nella stanza, e il genitore pigro si fa da parte.

Il genitore pigro insomma è un po’ come il topino Federico: osserva e raccoglie parole, colori e gesti e solo nel momento del bisogno li restituisce al suo bimbo.

Sembra che non faccia niente, e invece…

Gli altri genitori di certo non ne approvano il comportamento e pensano con commiserazione e un po’ di spavento: ” Ma questo povero bimbo crescerà selvaggio!”.

Selvaggio, come il giardino dall’erba non tagliata e la siepe più alta di 150 cm.

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Ma il genitore pigro è un po’ come il giardiniere pigro, è fiducioso che il bambino/la pianta sappiano di cosa hanno bisogno per crescere bene e possano procurarselo nell’ambiente in cui si trovano, se li disturbiamo il meno possibile. Il pericolo più grande e intervenire troppo e intervenire male, rompendo quell’equilibrio naturale che permette un’evoluzione armoniosa e non violenta di ogni essere vivente.

La Montessori scriveva:

“Chi crea è il bambino, certamente non siamo noi. Quest’idea deve essere chiara, ma non è facile che lo sia nelle menti comuni, perché viviamo nel pregiudizio di essere noi, adulti, i creatori della nuova vita. Occorre dunque un lavoro di depurazione, dobbiamo liberarci dal pregiudizio di questa nostra inopportuna e diabolica illusione di onnipotenza. […] Il concetto fondamentale dell’educazione è di non divenire un ostacolo allo sviluppo del bambino. Fondamentale e difficile non è il sapere che cosa dobbiamo fare, ma il comprendere di quale presunzione, di quali stolti pregiudizi dobbiamo spogliarci per renderci atti all’educazione del bambino.”

(da “Il bambino in famiglia”, 2000, Garzanti, pp.44-50)

Lo stesso sentimento di onnipotenza che sta alla base dell’agricoltura industriale, per cui non si riconosce al mondo vegetale e animale le straordinarie capacità di crescere, evolversi, adattarsi, collaborare… ma si trattano come meri oggetti. Fukuoka parla del suo percorso verso l’agricoltura del non fare:

“Alla fine arrivai alla conclusione che non c’era alcun bisogno di arare, alcun bisogno di dare fertilizzanti, alcun bisogno di fare il composto, alcun bisogno di fare insetticidi. A ben guardare sono ben poche le pratiche agricole veramente necessarie. […] Quanto più gli alberi vengono allontanati dalla loro forma naturale, la potatura e lo sterminio degli insetti diventano necessari; quanto più la società umana si separa da una vita vicina alla natura, la scolarizzazione diventa necessaria.”

(da “La rivoluzione del filo di paglia”, 1980, Quaderni d’Ontignano, pp.43-44)

Il genitore pigro è sdraiato sul prato e il suo bimbo si allontana,  gioca nell’erba alta, raccoglie i soffioni e si nasconde nei cespugli. Il suo impegno è nell’osservare, capire, ascoltare e seguire, sostenere quando serve, intervenire solo quando inevitabile. Come per far crescere un piccolo albero.