Il giardino delle fate dei fiori

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C’era una volta un giardino spoglio, senza neanche un riparo per la pioggia, una fontana per bere, un angolo dove sedersi a riposare…povere fate! Dobbiamo correre ai ripari e aiutarle, rendendo il nostro giardino o balcone più accogliente per loro.

In cambio si prenderanno cura dei fiori e delle piante e renderanno pieno di vita il nostro angolo verde.

Sabato 5 luglio dalle ore 15.00 alle 17.00

MINI GIARDINO DELLE FATE
Con materiali naturali, tanta fantasia e un po’ di ingegno costruiamo le dimore per le fate dei fiori.
Rivolto a bambini dai 5 ai 12 anni
partecipazione per 2 ore, materiale incluso e spuntino bio 10 €
(bambini affidati all’operatore, i genitori possono rilassarsi)
con Selima

All’Oasi Bimbi della Galbusera Bianca all’interno del Parco di Montevecchia

Iscrizione: tel. 039.57.03.51 – email oasibimbi@oasigalbuserabianca.it

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Un piccolo giardino per gli insetti

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Con i bambini dell’asilo nido abbiamo fatto un piccolo giardino degli insetti.

Abbiamo scelto un angolo al sole del giardino e ci abbiamo messo un bancale. Tutti hanno aiutato a riempirlo di terra!

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Poi ci abbiamo messo tante piantine. Alcune profumate (finocchietto, ruta, menta, origano) e altre con grandi fiori colorati (aster, zinnie, verbena).

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Sulla pianta di finocchietto c’era un bruco di macaone, e in una settimana era cresciuto tantissimo! Poi è andato via … (qualcuno mi ha rivelato che un bambino l’ha disturbato un po’ troppo!).

Ora ci sono tante cavallette, coccinelle e altri abitanti. Aspettiamo che arrivino altri bruchini! Speriamo che la fioritura delle zinnie attiri qualche farfalla nel nostro giardino e che ci lasci qualche ovetto.

Se no sarà per l’anno prossimo…

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Perché le pecore

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“Le pecore sono stupide”, “Le pecore hanno lo sguardo cattivo”, “Le pecore portano le zecche”… pochi di noi ormai hanno esperienza diretta delle pecore, ma tutti sembrano avere alcune certezze incrollabili sul loro conto. Quando abbiamo deciso di prendere due pecorelle, ne abbiamo sentite di tutti i colori!

Perché le pecore sono una di quelle categorie di animali (a 4, ma anche a 2 zampe) vittime di una forte stereotipizzazione. Anche i nostri bambini le vedono spesso disegnate sui libretti dedicati alla fattoria, in quello stile semplificato e un po’ fumettoso, e in realtà ne sanno ben poco.

Ecco alcuni miti da sfatare sul loro conto:

1 -Le pecore sono tutte uguali.

Ci sono centinaia di tipi diversi di pecore, estramamente differenti per aspetto e dimensioni. Selezionati nei secoli per vivere in ambienti diversi e più o meno fortemente specializzate per la produzione (carne, latte e/o lana). Inoltre tutte le pecore, anche della stessa razza, viste da vicino sono molto diverse fisicamente e caratterialmente, ad esempio Momo è socievole e coccolone, Salvia è molto timida ma estremamente curiosa.

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2 – Non hanno iniziativa.

Le pecore hanno un istinto fortissimo, l’istinto del gregge. E’ uno dei motivi per cui sono state addomesticate: permette a pochi pastori di spostare un grandissimo numero di animali contemporaneamente. Ma l’istinto del gregge non è solo “copiare” quello che fanno le altre pecore, è un’incredibile capacità di tenere d’occhio e coordinarsi con decine e anche centinaia di propri simili. In un’emergenza spesso succede che tante persone spaventate, che corrono per salvarsi la vita, finiscano per farsi male a vicenda… le pecore invece hanno questa incredibile capacità di muoversi insieme, proteggendosi a vicenda, cambiando anche direzione rimanendo unite: dimostra un’incredibile intelligenza ed è una strategia vincente per proteggersi dai predatori!

3 – Sono stupide.

Esistono alcune ricerche che hanno indagato le facoltà cognitive delle pecore, ed è stato dimostrato che sono in grado di riconoscere il viso di pecore o di umani conosciuti fino a due anni dopo l’ultima volta che li hanno incontrati. Sono in grado di risolvere problemi, possono imparare a rispondere al loro nome. In generale capiscono molto bene le situazioni: Momo e Salvia sono state molto agitate il primo giorno che sono arrivate da noi, le prime 24 ore Salvia ha continuato a chiamare le sue compagne di gregge (soprattutto le femmine rimangono legate alla loro famiglia materna), ma poi si è adattata velocemente alla sua nuova casa. Ci hanno preso subito come punto di riferimento, hanno imparato a riconoscere il loro riparo e a tornarci da sole le sera. Ci accompganano quando siamo in giardino e ci chiamano quando siamo in ritardo con il fieno. Sono curiose con gli animali e le persone nuove che vengono a trovarci.

4 – Sono paurose

Momo è tutt’altro che pauroso, mentre Salvia è sicuramente molto prudente. D’altra parte per piccoli erbivori come loro l’istinto di fuggire a movimenti improvvisi è necessario per salvarsi la vita da possibili predatori. Direi quindi che  sono ragionevolmente diffidenti delle creature che si muovono velocemente verso di loro, che si avvicinano direttamente, magari da dietro. Ecco in realtà questo è uno degli aspetti che mi piace di più delle pecore: loro ti seguono se pensano che tu sia parte della loro famiglia, ma non accettano di essere spinte in una direzione precisa. Il pastore sta davanti al gregge, perché le pecore decidono di seguirlo, ma se provi a prendere una pecore inseguendola… hai speranze solo se siete in un piccolo recinto!

Trovo che proprio per il loro carattere le pecore siano un bellissimo animale da fare conoscere ai bambini, perchè accettano solo coloro che si avvicinano con buone intenzioni, e ottieni di diventare loro amico solo se sei molto rispettoso e paziente. Il fatto che siano vittime di molti stereotipi è una risorsa in più, perché permette di parlare di tematiche molto vicine alla vita sociale dei ragazzi anche più grandicelli.

PS Per quanto riguarda le zecche posso affermare che Momo e Salvia non ne hanno mai avuta una… per forza, con tutto quel pelo come fanno a infilarsi?

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Piccola guida per la sopravvivenza ai consigli indesiderati

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Non c’è gruppo, reale o virtuale, di genitori in cui non salti fuori insistentemente l’argomento dei consigli sgraditi che si ricevono quando si diventa mamma e papà.

Fanno rabbia quelli delle persone che incrociamo per strada, e che si sentono in diritto di fare commenti su quanto è vestito (o svestito) il nostro bimbo.

Fanno ancora più male quelli delle persone a noi vicine, da cui vorremmo supporto e non critiche continue.

Non so perché tutti (molti) si sentano in autorizzati a dire la loro su come dovremmo crescere i nostri bambini, come se una volta diventati genitori le nostre facoltà mentali fossero diminuite improvvisamente e avessimo bisogno di uno stuolo di babysitter che ci impediscano di commettere gravissimi errori come allattarli dopo l’anno o tenerli in fascia per troppo tempo.

Sicuramente sono consigli difficili da gestire, perché ci toccano nelle nostre scelte più intime, e talvolta anche nelle nostre insicurezze. Credo ci sia anche un senso di ingiustizia nel fatto che proprio quando vorremmo concentrarci nel nostro nuovo ruolo, sperimentare in tranquillità e conoscere nostro figlio, ci troviamo invece a doverci preoccupare anche di cosa pensa il parente o l’amico di turno su quante volte allattiamo o dove dorme il pupetto.

Per affrontare queste situazioni la prima cosa è cercare di capire il perché di questi interventi, fare lo sforzo di metterci nei panni di chi li fa e cercare di scoprire cosa c’è dietro.

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Ad esempio, se nell’ipotesi più ottimista la causa dei consigli sgraditi potrebbe essere semplicemente ignoranza, allora la risposta più efficace sta nell’informazione. Senza perdere la calma (e senza far sentire stupido il nostro interlocutore), troviamo il modo di spiegare il perchè delle nostre scelte, magari prestando qualche articolo o libro da leggere, oppure invitando a venire a un incontro con una persona esperta.

Certe volte gli interventi derivano da un’incapacità di accettarci nel nostro nuovo ruolo di genitori. La mamma o il fratellone potrebbero non rendersi conto che ora le cose sono un po’ cambiate e per quanto riguarda nostro figlio ci dobbiamo prendere noi la responsabilità di alcune scelte, insieme al nostro partner. Loro rimaranno i consiglieri privilegiati, ma per quanto riguarda la nostra nuova famiglia non possono pensare di darci consigli dall’alto in basso. In questo caso ci vuole un po’ di sana affermazione, è inutile entrare nel dettaglio delle scelte sui cui non si è d’accordo: il punto è che siamo noi la mamma e il papà ora, e nostro figlio lo conosciamo meglio di chiunque altro al mondo. Senza essere oppositivi, ma con serenità e sicurezza facciamo capire che abbiamo preso sul serio il nostro ruolo, e nessuno può sostituirsi a noi.

Altre volte invece dietro a critiche e osservazioni dei nonni c’è la paura, la paura di essere giudicati a loro volta, di scoprire che se facciamo delle scelte diverse dalle loro è perché pensiamo che loro abbiano sbagliato. In questo caso può bastare l’accettazione, e se necessario il perdono. Chiediamo di raccontarci com’è stato per loro diventare genitori, di condividere i ricordi e le emozioni di quel periodo. Si renderanno conto che la loro esperienza vi interessa, non per ripetere le stesse scelte, ma perchè è bello sapere che ci sono passati tutti. Per loro sarà più facile mettersi nei vostri panni e magari capiranno come può essere fastidioso ricevere critiche continue in questo periodo della propria vita.

E’ possibile anche che quando nasce un bambino conflitti già presenti in famiglia e dovuti ad altro si riversino sulle nostre scelte genitoriali. La cognata a cui stiamo antipatiche non si tira indietro dal rompere le scatole anche su come cresciamo nostro figlio… e allora è necessaria un po’ di chiarezza: diciamo senza giri di parole che se ce l’hanno con noi per altro non si permettano di tirare in ballo nostro figlio.

Non è inusuale anche che gli interventi fastidiosi nascondano in realtà semplicemente la voglia di partecipare alla vita della vostra nuova famiglia. Allora prendere voi l’iniziativa, e suggerite che cosa possono fare i parenti e gli amici per aiutarvi senza essere inopportuni. La suocera è stranita dal fatto che tenete sempre il bimbo in fascia ed è brava a cucire? Chiedetele di cucirvi una borsina per ripiegare la fascia e metterla in borsa quando non serve. La zia cuoca instancabile insiste che a 4 mesi bisogna cominciare a dargli la frutta? Ditele che quando comincerete lo svezzamento (dopo i 6 mesi) vorreste provare a fargli i biscotti in casa con pochi grassi e zuccheri, se vi aiuta a trovare la ricetta perfetta.

Tante volte purtoppo i commenti arrivano da chi non sa farsi i fatti propri, si vuole impicciare e pensa di saperla lunga. Magari ci vedono un po’ stanchi, pensano che siamo in difficoltà e si fanno belli di poterci regalare le loro perle di saggezza. O sono quel tipo di amici che non hanno figli e pensano che tutti i genitori si rimbambiscano completamente appena hanno il pupetto tra le braccia.In questo caso probabilmente l’unica reazione possibile è l’umorismo.

Vignetta di Maria Francesca Agnelli tratta da “Allattare è facile!” di Giorgia Cozza, Il Leone Verde Edizioni

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Queste riflessioni nascono all’interno del percorso “Nascita di un genitore“, ciclo di 3 incontri sulla genitorialità consapevole.

 

L’habitat naturale dei bambini

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A un’incontro del progetto Custodia del territorio Francesca Neonato, agronoma e paesaggista, commentava la progettazione dei parchi giochi per i bambini, ormai uguali dappertutto con moduli scivolo-altalena ripetuti all’infinito con minime variazioni. E la sua domanda è stata:

“Ma perché strappiamo i bambini dal loro habitat naturale per metterli in questi parchi giochi o (ancora di più) nelle scuole?”

Sul perché ce ne sarebbe da dire, ma ora mi interessa di più capire invece qual è allora l’habitat naturale dei bambini. Perché è vero che, continuando sulla falsa riga delle riflessioni di Francesca, i bambini a scuola sono come le piantine delle “pareti verdi” (tanto di moda per “abbellire” i grattaceli contemporanei), aggrappati al loro pezzettino di “suolo” artificiale (il banco), in attesa che qualcuno porti loro nutrimento, luce e acqua con il rischio continuo di appassire. E, soprattutto, senza la possibilità di affondare le loro radici sul nostro pianeta, entrando a far parte davvero di quella rete di relazioni complesse che è la vita.

Sono isolati, e sopravvivono, adattandosi chi meglio e chi peggio, ma difficilmente svilupperanno appieno le loro possibilità*, proprio come una pianta in vaso. Potete provare a mettere una ghianda in un vaso, ma il risultato non sarà mai come una quercia in un bosco. Per quanto una pianta in vaso sia graziosa a vedersi, e certamente ogni anno può continuare ad affermare la sua voglia e la sua capacità di vivere con nuovi germogli e fiori… non diventerà mai un grande albero.

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Lo sviluppo dei bambini è corporeo, intellettivo e emotivo insieme, si esprime nel movimento, nell’esperienza, nell’attività spontanea e nella sperimentazione. Nessun contesto risponde meglio alle loro esigenze dell’ambiente naturale: uno spazio all’aperto dove siano presenti e libere altre specie viventi non umane.

Per gli spazi , per la possibilità di movimento, per la ricchezza degli stimoli. Ma soprattutto per la complessità: in nessun ambiente artificiale creato dall’uomo sono presenti tante variabili contemporaneamente, che risvegliano tutti i sensi, offrono tante possibilità di scelta e d’interazione e vanno incontro alle esigenze di ognuno. Perché in un ambiente naturale il bambino timido trova un rifugio, quello estroverso un palcoscenico ed entrambi trovano il loro posto in un mondo che sarà sempre al loro fianco e li accetterà per come sono in ogni momento della loro vita.

L’habitat ideale per un bambino allora potrebbe essere proprio quel giardino biodiverso di cui parla il progetto Custodia del territorio, un luogo di cui l’adulto ha scelto di prendersi cura lasciando che un prato sia un prato e non un tappeto, un albero sia un albero e non una siepe. Accettando che le foglie cadono e le ortiche pungono. Accogliendo ogni ospite che arriva, anche un serpentello o una talpa.

Un luogo dove il bambino può sporcarsi, può nascondersi, può correre, può scavare un buco e costruirsi un rifugio. Un luogo dove possa anche pungersi con una spina, e sapere che in cambio potrà mangiarsi una mora appena colta.

 

* vedi deficit di natura di Richard Louv

Il risveglio della natura

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E’ la festa della rinascita , del risveglio, dei colori dei fiori e del sole che scalda.

L’inverno è passato, le giornate sono più lunghe, le nuove foglie e i fiori creano nuovi magici rifugi per uccellini, insetti e bambini.

Tanti tesori ti aspettano, basta cercarli.

Aguzza la vista, non luccicano sempre le sorprese.

Guarda tra le foglie, i rami, i fiori… eccole!

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Ho messo a bollire in 3 pentolini mezza barbabietola (per il marrone scuro), un quarto di cavolo viola (per il blu) e una manciata di spinaci (verde marcio).

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In ciascun pentolino ho aggiunto 3 uova, un cucchiaio di aceto e ho lasciato sobbollire per 20 minuti circa.

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Ho lasciato a bagno le uova nel pentolino tutta la notte (in frigo), immerse nel pentolino: dove la verdura toccava direttamente i gusci i colori sono più intensi.

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Il mio bimbo è viziato?

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Papà si è rifiutato di comprarmi un pupazzetto di Bart Simpson. Mamma voleva, ma papà no, ha detto che sono viziato.

“Perché dovremmo comprarglielo, eh?” ha strillato con mamma. “Perché? Basta che lui apra la bocca e tu scatti sull’attenti”.

Papà ha detto che io non avevo rispetto del denaro, e che se non imparavo fin da piccolo ad averne, allora quando lo avrei avuto?

I bambini ai quali si comprano facilmente pupazzetti di Bart Simpson da grandi diventano delinquenti che vanno a rubare ai chioschi. Allora, al posto del pupazzetto di Bart Simpson, papà mi ha comprato un brutto porcellino di ceramica con una fessura sulla schiena, così finalmente sarei cresciuto onesto, non sarei diventato un delinquente.

Inizia così un racconto breve  intitolato “Rompere il porcellino” di Etgar Keret. Ho letto questo piccolo racconto ormai qualche anno fa, e ci ritorno spesso.

Affronta con ironia e un tocco di assurdo una paura condivisa da molti genitori: il dubbio di stare crescendo un bambino viziato.

Ma cosa vuol dire veramente un bambino “viziato”? E come si fa a “viziare” un bambino? Sono domande molto più complesse di quello che sembra apparentemente.

Comunemente pensiamo a un bambino viziato quando non accetta di vedersi rifiutato qualcosa. Ma bisogna fare delle importanti distinzioni: che cosa stiamo rifiutando a nostro figlio, e perché?

Può darsi che gli stiamo rifiutando qualcosa che per lui è importante e di cui ha bisogno. Magari semplicemente perché è impossibile o pericoloso concederla. Talvolta gli rifiutiamo qualcosa perché per noi è un fastidio o una perdita di tempo, aldilà delle motivazioni del suo desiderio.

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La richiesta di un bambino all’inizio nasce sempre da un suo bisogno, e la nostra risposta deve basarsi sempre sulla comprensione e l’accettazione di quel bisogno, nel rispetto ovviamente dei limiti dell’ambiente e del bambino stesso. Ma se nel tempo le nostre risposte deviano continuamente le richieste del bambino, cercando di modificare il suo comportamento con premi o punizioni, non spiegandogli ostacoli e alternative possibili, lui stesso non distingue più i suoi bisogni naturali.

Maria Montessori diceva:

“No, l’adulto non ha viziato il suo bambino quando gli ha ceduto; ma quando gli ha impedito di vivere e lo ha spinto verso deviazioni del suo naturale sviluppo.”

(da “Il segeto dell’infanzia”, 1999, Garzanti, p. 231)

Voi cosa fareste nei panni della mamma e del papà del bambino che vuole il pupazzetto di Bart Simpson?

Ne parliamo Sabato 29 marzo dalle 10.00 alle 12.00 a Cascina Costa Alta nel Parco di Monza, in un incontro all’interno del percorso Madr&natura.

Liberiamo una ricetta: crespelle veg

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Siamo vegetariani da qualche anno ormai, e per ora lo è anche il nostro bimbo. Ci sono tante ragioni politiche, etiche, ambientale e di salute per cui pensiamo che questa sia la scelta migliore per noi.

C’è chi pensa che sbagliamo a “imporre” questa scelta a nostro figlio, mentre per noi è semplicemente normale che un figlio condivida le abitudini alimentari della sua famiglia. Non pensiamo di mettergli divieti, quando crescerà se sarà curioso di mangiare la carne lo potrà fare (magari non a casa).

Ovviamente cercheremo di spiegargli perché pensiamo sia giusto essere vegetariani. Più di tante parole però, speriamo che conti il fatto che dividiamo la nostra vita e la nostra casa con 5 altri animali, Dougal, Giulietta, Amleto, Momo e Salvia (cani gatto e pecore). Tutti i giorni parliamo con loro, ci giochiamo, cerchiamo di capire le loro esigenze e il loro carattere.

Crescendo con loro penso che il nostro bimbo non potrà mai pensare che quella che ha davanti è un pezzo di carne e basta, ma saprà che è ciò che resta di un individuo, con la sua storia, le sue esperienze, le sue gioie e, perché no, le sue speranze.

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Per le crespelle

70 g farina 0

50 g farina di ceci

200 ml latte di soia

olio e sale qb

Mescolare le farine e il sale, aggiungere il  latte e l’olio e amalgamare il tutto. Cuocere le crespelle in padella con circa un mestolo di impasto ciascuna (più o meno ne vengono 5).

Per il sugo

Chiedere la collaborazione di un assistente che prepari un classico sugo al pomodoro, magari con aggiunta di qualche verdurina sostanziosa in più come finocchi e carote.

Per la besciamella veg

olio di semi di girasole

farina di ceci

brodo

noce moscata

Scaldare l’olio e aggiungere poco a poco la farina mescolando. Quando avete ottenuto un composto abbastanza solido aggiungete a poco a poco il brodo continuando a mescolare fino a che avete raggiunta la consistenza desiderata. Aggiungete noce moscata e fate cuocere 10 minuti circa.

Parmavegano

3 cucchiai mandorle

2 cucchiai semi di girasole

2 cucchiai semi di sesamo

2 cucchiai semi di lino

2 cucchiai lievito alimentare in scaglie

Mescolare tutto e tritare.

Crespelle veg

Mettete le crespelle una a una nella teglia, riempite ciascuna con 2 cucchiai di sugo e due di besciamella, chiudete e affiancatele una a una. Ricoprite con il sugo e la besciamella avanzata e spolverate tutto con il parmavegano e un filo d’olio. Passate in forno sotto al grill qualche minuto.

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“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post in questa pagina: http://www.mammafelice.it/2014/01/30/liberiamo-una-ricetta-edizione-2014/.

Il termine naturale dell’allattamento

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Qual è il termine naturale dell’allattamento? Sicuramente non è una data prestabilita, una scadenza decisa a tavolino.

Il termine naturale dell’allattamento è, semplicemente, quando l’allattamento ha esaurito tutte le sue funzioni e viene sostituito da altri comportamenti e altre modalità di relazione. Per stabilire quando si raggiunge questo termine naturale si possono seguire due strade.

La prima, la mia preferita, fidarsi delle sensazioni della madre e del bambino. Ma spesso questa ipotesi incontra molto scetticismo, che tradisce una visione del bambino come incompetente e della mamma come femmina in preda a emozioni primordiali. Infatti per alcuni, il bambino, se fosse per lui, non smetterebbe mai. Invece io incontro bambini molto competenti, che lavorano tutti i giorni con impegno per crescere e che, se sostenuti e non ostacolati, ogni giorno acquisiscono nuove autonomie, lasciandosi dietro le abitudini da piccolini che sembravano irrinunciabili fino al giorno prima. Arriva anche il momento in cui questi bambini sono pronti per smettere di allattare, e può avvenire senza traumi e senza pianti. Talvolta è una decisione consapevole, talvolta è la nuova gravidanza della mamma a portarli a smettere, talvolta l’allattamento rimane legato a momenti particolari, come i risvegli notturni, e semplicemente quando queste occasioni smettono di presentarsi anche l’allattamento finisce.

Ovviamente l’allattamento è un percorso (almeno) a due, e anche la mamma fa la sua parte per leggere i segnali che sta volgendo al termine. Ma anche sul ruolo attivo e consapevole della mamma in questo passaggio c’è una diffusa sfiducia, che nasconde l’idea che sull’allattamento la mamma non possa ragionare, si faccia prendere dagli ormoni e non riesca a rendersi conto che è un percorso che è destinato a concludersi nei primi anni di vita di suo figlio. Vi assicuro che ogni mamma lo sa, e come affronta tanti momenti difficili e emozionanti della crescita dei suoi figli saprà affrontare anche questo senza perdere la testa. Sì, anche se la coinvolge fisicamente in modo così intimo: non siamo schiave del nostro corpo. Quindi fidatevi del vissuto di una mamma e del suo bambino, sanno loro quando è il momento di smettere.

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Ma se non vi fidate delle competenze di mamma e bambino, ci sono anche degli aspetti oggettivi e concreti da tenere in considerazione per farsi un’idea di quando potrebbe essere questo termine naturale: l’allattamento ha diverse funzioni, e se si considerano una a una sono tutte importanti almeno fino al secondo anno di vita del bambino.

Dal punto di vista nutrizionale ad un certo punto l’allattamento non basta, ma i suoi benefici non diminuiscono dopo l’anno: qualsiasi altro cibo non può essere comparato al latte materno, che è specie specifico. Infatti la composizione del latte materno continua a cambiare anche dopo l’anno per seguire i bisogni di un bambino in crescita, diventando più nutriente. Le raccomandazioni ufficiali (OMS, UE, Ministero della Salute italiano) infatti consigliano di continuare l’allattamento “fino ai due anni, e oltre“.

Il latte materno inoltre continua a fornire una riserva di anticorpi, tanto più utile quando il bambino gattona, cammina dentro e fuori casa, comincia a frequentare posti nuovi e a rapportarsi con altri adulti e bambini sempre più da vicino. Dopo l’anno la concentrazione di anticorpi nel latte aumenta, appositamente per dare la stessa protezione a un bambino che comincia a prendere minori quantità di latte. Il nostro latte è fatto apposta per nutrire i bambini anche dopo l’anno, e non per caso.

Allattare inoltre è una componente importante della relazione mamma bambino e ha molte ricadute positive, soprattutto nella capacità di empatia della mamma (leggi ossitocina). Nel momento delicato dei due anni, quando la personalità del nostro bimbo si fa sempre più presente, ma la sua capacità di esprimere e gestire le emozioni è ancora immatura, un età in cui è difficile capirli, e iniziano i conflitti che mettono cosi in crisi tanti genitori, l’allattamento è un modo in più  per continuare ad accogliere e sostenere i nostri bimbi, stargli vicino quando le parole ancora non bastano per comunicare.

L’allattamento è legato anche al sonno, e non per le presunte cattive abitudini delle mamme che viziano i figli. Il fatto che allattare induca il sonno, sia per la mamma che per il bambino, non è un effetto collaterale indesiderato, ma è un aiuto essenziale per sostenere entrambi dato che fino ai 3 anni i risvegli nei bambini sono fisiologici, e allattare è uno dei modi più efficaci per superare indenni (o quasi) questa fase.

Di fondo è uno solo il principio che conta: finché i nostri bambini ne hanno bisogno e ce lo chiedono, perché negarglielo?

Anche qui so qual è l’obiezione degli scettici: si dà una responsabilità troppo grande ai bambini se si aspetta che siano loro a far capire che è il momento. Ma anche questa obiezione nasconde una concezione negativa ben precisa: l’idea che il termine dell’allattamento sia un momento traumatico, un lutto che mamma e bambino non possono gestire, un passaggio doloroso che è meglio anticipare per non renderlo più penoso ancora.

Io, invece, allatto mio figlio di quasi due anni e continuerò a farlo finché lui ne avrà bisogno (me lo chiederà), perché credo fermamente che il momento in cui smetterà sarà bello, sarà un’emozione per entrambi, un traguardo raggiunto insieme e non mi fa paura.

Ecco come riconoscere il termine naturale dell’allattamento: è quando si smette senza imposizioni e senza traumi, per nessuno dei due.