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Interpretazione di pedagogia del bosco

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La pedagogia del bosco, per come la intendo, è un approccio orientato al bambino, in cui le occasioni di crescita e apprendimento nascono spontaneamente dalla libera interazione tra ambiente e bambini stessi.

Il ruolo dell’adulto è quello dell’osservatore, e quando serve interviene come mediatore e accompagnatore mettendo a disposizione dei bambini le informazioni e le esperienze che possiede. La sua funzione proncipale è quella di “base sicura”, un riferimento a cui tornare, a cui rivolgersi, quando i bambini ne hanno bisogno. I suoi interventi non devono essere mai direttivi, ma devono servire a instaurare un dialogo in cui ogni parte impara dall’altra.

Per questo l’atteggiamento deve essere sempre di accoglienza e non giudizio, e la sua serenità e atteggiamento positivo in ogni caso è importante perchè i bambini si sentano veramente liberi di dedicarsi alle loro attività. La sua comunicazione deve essere sempre improntata all’empatia e deve essere consapevole di come comunicare in modo efficace, costruttivo e non violento, anche nei momenti di tensione e conflitto.

La vera maestra è la natura: l’insieme di elementi atmosferici e materici, la presenza degli altri esseri viventi, l’infinita gamma di stimoli sensoriali, possibilità di trasformazione e interazione.

La pedagogia del bosco pone attenzione ad alcuni elementi “primordiali” dell’esperienza di apprendimento dell’essere umano: il gruppo di bambini di età diverse e la partecipazione alle attività degli adulti sono due pilastri dell’educazione in tutte le società “tradizionali”.

Stare insieme con bambini più grandi e più piccoli è un’occasione di crescita fondamentale, tra di loro imparano il rispetto e le strategie per interagire con chi è diverso, i più grandi imparano ad aspettare chi ha bisogno di una spiegazione o di un’attenzione in più, i più piccoli guardano a dei modelli di competenza a cui tendere. Si creano anche meno stereotipi e confronti negativi tra bambini, non essendo indentificati chiaramente i gruppi di “grandi” e “piccoli” ciascuno è semplicemente se stesso, senza pressioni a raggiungere uno standard presunto di capacità e competenze relativo all’età.

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L’esigenza delle classi per età omogenea è uno dei tanti principi organizzativi della scuola che risponde alle esigenze di semplicità e controllo delle insegnanti e non ha riscontri pedagogici, tanto è vero che per esempio nelle scuole montessoriane si lavora in gruppi di età miste.

L’apprendimento partecipato è invece l’esperienza che avviene tutte le volte che una bambino affianca e partecipa a un’attività degli adulti, senza distinzione tra teoria e pratica, partendo da un reale interesse e da un legame concreto con finalità tangibili.

Anche qui il mondo della scuola, se da una parte dovrebbe essere (almeno in teoria) più a misura di bambino di molti contesti della società contemporanea, d’altra parte ha perso quasi completamente il legame con i ritmi, gli esigenze, le dinamiche della quotidianità. Gli elementi che caratterizzano l’organizzazione scolastica sono di nuovo funzionali al controllo degli adulti e non alle esigenze dei bambini: la campanella, il banco, la classe, gli elementi anche decorativi (i poster, i cartelloni…). Per non parlare dei voti, dei libri fatti apposta per la scuola… tutti elementi che poi nelle nostre vite fuori dalla scuola non useremo mai più!

Perchè infatti si parla di pedagogia “del bosco”? Perchè nonostante tutto il nostro mondo e la nostra vita si basano ancora (più che mai!) sulle risorse naturali, da cui dipendiamo per bere, mangiare, respirare (e spostarsi, costruire…). Anzi questo aspetto è quello che rende più attuale e urgente la diffusione di questa pedagogia: prima che sia troppo tardi, dobbiamo permettere ai nostri bambini di ritrovare quel contatto e quella comprensione delle dinamiche da cui dipende la nostra vita che per troppo tempo l’umanità ha provato a dimenticare.

Se volete saperne di più sulla pedagogia del bosco vi consiglio di curiosare nel sito dell’Associazione Fuori dalla scuola e se volete potete partecipare al Corso per accompgnatori di scuola nel bsoco, aperto a educatori, insegnanti e genitori e che si svolgerà dal 4 giugno in Brianza.

 

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Educazione al rischio

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Samuele e Sebastiano, due amici di poco più di 2 anni, giocano a saltare giù da un muretto che si alza progressivamente. Sebastiano sale fino ad un altezza di circa 60 cm e si prepara a saltare giù. Samuele protesta con un deciso “No!” e cerca di fermare l’amico, che incurante salta. Samuele si arrabbia, esprimendo con forza il suo disappunto. La mamma interviene cercando di capire il perchè di questa reazione, e con un po’ di sostegno Samuele riesce a esprimere che lui non se la sente di saltare da così in alto, ma vorrebbe saltare insieme all’amico, e quindi vorrebbe che anche Sebastiano saltasse da un po’ più in basso. Spiegato il problema a Sebastiano lui accetta di saltare da più in basso per condividere il gioco insieme all’amico.
 
Anche in un bambino così piccolo è già presente la consapevolezza dei propri limiti. Samuele è in grado di riconoscerli, e sa che non può superarli solo per imitare l’amico. A un’osservazione superficiale sarebbe potuto sembrare che Samuele proiettasse la sua paura sull’amico e non gli piacesse vederlo saltare da troppo in alto. Oppure che fosse frustrato per la capacità di Sebastiano di saltare da poco più in alto di lui. Invece per Samuele era chiaro che lui si sentiva di saltare da quell’altezza e non di più, e il suo amico invece da poco più in alto. Non solo, ma volendo saltare insieme sapeva che l’unica soluzione era saltare entrambi da più in basso. L’unico ostacolo (comprensibile visto l’età!) era esprimere tutto questo ragionamento e le emozioni connesse in modo efficace. A questo punto è stato determinante l’intervento dell’adulto (la mamma di Samuele) che si è concentrata nel capire il problema e sostenere Samuele nella sua espressione, invece di proporre subito delle soluzioni basate sulla propria comprensione dell’accaduto o sul proprio giudizio sul comportamento e le abilità di Samuele.
Da cosa deriva la capacità di Samuele e di Sebastiano di riconoscere e gestire la propria percezione del rischio in modo così efficace? Da una parte dalla libertà di scegliere da dove saltare: non solo l’accesso al muretto non era stato impedito, ma gli adulti presenti non avevano dato un’indicazione precisa dell’altezza ritenuta più “adeguata” da cui saltare. Questa responsabilità è stata lasciata ai bambini, che avendone già avuta esperienza in precedenza (il muretto era un posto già frequentato da alcuni mesi), sapevano valutarne il rischio soggettivo, relativo alla capacità motoria di ciascuno.
Dall’altra credo che sia fondamentale che Samuele sapesse di essere ascoltato nella sua richiesta, anche se formulata in modo immediatamente poco comprensibile. Il fatto di avere una figura di riferimento adulta di fiducia, che funge affettivamente ma anche operativamente da “base sicura”, è il miglior mezzo per bambini di questa età per poter negoziare la valutazione e la gestione di un rischio. La sicurezza di vedere accolta l’espressione del proprio bisogno, e di essere aiutato a trovare una soluzione soddisfacente, è la migliore protezione contro i possibili esiti negativi di una scelta sbagliata.

rischio2Alcuni considerazioni necessarie per un’educazione al rischio, cioé a valutare e gestire i rischi in modo efficace per le proprie possibilità e obiettivi:

– come in ogni apprendimento dei bambini è necessaria l’esperienza diretta, ai bambini deve essere permesso sperimentarsi in situazioni in cui è possibile un esito negativo, per esempio l’uso di bicchieri vetro e piatti di ceramica;

– se l’esito negativo si verifica il bambino deve essere accompagnato a riconoscere l’errore, ma non deve essere giudicato come se avesse messo in atto un comportamento sbagliato;

– è necessaria un’esperienza progressiva: nella vita di tutti i giorni i bambini devono essere esposti a rischi in grado sempre maggiore, seguendo il loro sviluppo e i loro apprendimenti. Non esiste un età in cui automaticamente il bambino diventa capace di valutare e gestire un rischio, ma ad ogni età è i grado di gestire rischi dalla complessità adeguata: se non è esposto progressivamente a rischi maggiori, diventerà grandi senza aver acquisito nessuna competenza per gestirli. Ad esempio a 2 anni è difficile che sia in grado di valutare che stare sotto un ramo secco in una giornata di vento è pericoloso, mentre è in grado di valutare l’altezza da cui è capace di saltare;

– quando non sono in grado di riconoscere il pericolo insito nell’attività che stanno facendo occore indicarglielo, come la constatazione di un fatto e non una minaccia: l’onestà paga sempre nella comunicazione con i bambini, non occorre spaventarli per ottenere che si comportino come crediamo sia giusto, aiutiamoli solo a capire le situazioni quando sono troppo complesse perché possano comprenderle da soli;

– mentre a pochi mesi può essere opportuno allontanare il bambino da un pericolo e offrire un’attività alternativa, man mano che cresce bisogna lasciare che sia lui a proporre delle soluzioni per affrontare la situazione rischiosa: è il necessario allenamento per imparare a gestire i rischi in modo autonomo e creativo;

– sono inutili e dannosi i continui e generici avvertimenti, non aiutano davvero il bambino e rischiano di far perdere fiducia in se stesso (“se mi blocca continuamente vuol dire che non pensa che posso farcela da solo”) o nella figura di riferimento (“continua a dirmi che devo stare attento ma non succede niente”).

Come in ogni percorso educativo l’adulto per prima cosa deve fare un esame su se stesso: perché alcune situazioni e comportamenti ci fanno più paura di altri? Siamo in grado di andare oltre alle nostre paure, radicate nella nostra esperienza personale, e valutare la situazione dal punto di vista del bambino che abbiamo davanti? Riusciamo a distinguere quando siamo noi che non ci sentiamo in grado di accompagnare i bambini in un’esperienza perchè non crediamo di avere gli strumenti (per esempio non ce la sentiamo di accendere un fuoco con loro, perchè non abbiamo le competenze per farlo) da quando pensiamo che siano i bambini a non essere pronti?

 

La manipolazione

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Alcuni genitori  si sentono in dovere di proporre continuamente oggetti e attività che stimolino la fantasia e l’intelligenza dei propri bambini. Comprano i giochi più sfavillanti o i materiali didattici più raffinati.

Ma non è la ricchezza né la ricercatezza dell’oggetto che fa la differenza, è la qualità dell’esperienza.

Un’esperienza significativa secondo me deve essere complessa, cioé prevedere tanti percorsi al suo interno, senza un’unica soluzione e con un pizzico di imprevedibilità. Deve essere libera, perchè ognuno la deve poter personalizzare nei ritmi, nei modi, negli obiettivi.

Talvolta gli educatori stessi si perdono via e si comportano come se il loro lavoro fosse costruire ambientazioni fantasiose per rendere più interessante una vita quotidiana  e un mondo che chissà perché, evidentemente, considerano noiosi. Ma se c’è da inventare una storia, un gioco, un’avventura… chi può farlo meglio dei bambini stessi?

Facciamo fatica a riconoscere la validità di un’esperienza difficilmente etichettabile, se non come semplice “manipolazione”, perché non ci sono personaggi riconoscibili, prodotti definiti, apprendimenti tangibili.

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Davanti sabbia, segatura, foglie, legnetti, ghiande e pigne, adulti e bambini chiedono “Cosa dobbiamo fare?”. E rimagono spiazzati dalla risposta “Giocare!”. Ma per poco, perché per fortuna i bambini sono bambini. E si cucinano zuppe, si costruiscono strade e città, si scalano montagne…

L’importante è essere onesti e coerenti, e quando i materiali si mischiano, escono fuori dai contenitori, si incastrano gli uni negli altri… lasciar fare. E’ in corso una sperimentazione, e non si può interrompere il gioco spontaneo dei bambini.

Ma se fanno tutto i bambini… qual è il ruolo degli adulti? E’ quello di sostenere il bambino, partecipando al gioco se richiesto, accogliendo il pensiero che sta dietro alle sue azioni, trovando le parole insieme e facendo le domande giuste. Si può parlare di cibo, delle esperienze quotidiane, dei gesti che ci vedono fare e che in questi contesti di gioco rielaborano e fanno loro. La relazione con l’adulto deve alimentare il dialogo interno del bambino, che sta imparando a nominare e collegare tutte le piccole esperienze che insieme costituiscono la sua vita, la vita di tutti.

pasti2L’educatore in particolare deve aver osservato e avere esperienza dei bisogni e delle esigenze che possono esserci in un gruppo di bambini che giocano, ed avere alcune attenzioni nel proporre il materiale perchè l’attività, una volta iniziata, si possa svolgere con la massima tranquillità. Alcune accortezze:

  • offrire contenitori di diverse dimensioni: a seconda del bambino, dell’età e del gioco possono servire contenitori grandi, piccoli, piccolissimi;
  • tenere conto che alcuni bambini possono non avere piacere a toccare direttamente con le mani i materiali proposti, serviranno degli “strumenti”, in questo caso cortecce e legnetti hanno fatto da palette, cucchiai e anche da forchette (su iniziativa dei bambini);
  • offrire materiali con forme e consistenze diverse: quelli naturali hanno la più ampia varietà di caratteristiche;
  • non avere troppi preconcetti sull’età, a 12 mesi come a 8 anni ci si può divertire anche con gli stessi materiali, ovviamente in modo diverso;
  • offrire alcuni elementi “fissi”, che diano un punto di riferimento per sperimentare il dentro/fuori, il sopra/sotto; nel mio caso uso i contenitori di legno costruiti apposta per me da Leone d’Oro Restauri.

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Un piccolo giardino per gli insetti

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Con i bambini dell’asilo nido abbiamo fatto un piccolo giardino degli insetti.

Abbiamo scelto un angolo al sole del giardino e ci abbiamo messo un bancale. Tutti hanno aiutato a riempirlo di terra!

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Poi ci abbiamo messo tante piantine. Alcune profumate (finocchietto, ruta, menta, origano) e altre con grandi fiori colorati (aster, zinnie, verbena).

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Sulla pianta di finocchietto c’era un bruco di macaone, e in una settimana era cresciuto tantissimo! Poi è andato via … (qualcuno mi ha rivelato che un bambino l’ha disturbato un po’ troppo!).

Ora ci sono tante cavallette, coccinelle e altri abitanti. Aspettiamo che arrivino altri bruchini! Speriamo che la fioritura delle zinnie attiri qualche farfalla nel nostro giardino e che ci lasci qualche ovetto.

Se no sarà per l’anno prossimo…

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Perché le pecore

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“Le pecore sono stupide”, “Le pecore hanno lo sguardo cattivo”, “Le pecore portano le zecche”… pochi di noi ormai hanno esperienza diretta delle pecore, ma tutti sembrano avere alcune certezze incrollabili sul loro conto. Quando abbiamo deciso di prendere due pecorelle, ne abbiamo sentite di tutti i colori!

Perché le pecore sono una di quelle categorie di animali (a 4, ma anche a 2 zampe) vittime di una forte stereotipizzazione. Anche i nostri bambini le vedono spesso disegnate sui libretti dedicati alla fattoria, in quello stile semplificato e un po’ fumettoso, e in realtà ne sanno ben poco.

Ecco alcuni miti da sfatare sul loro conto:

1 -Le pecore sono tutte uguali.

Ci sono centinaia di tipi diversi di pecore, estramamente differenti per aspetto e dimensioni. Selezionati nei secoli per vivere in ambienti diversi e più o meno fortemente specializzate per la produzione (carne, latte e/o lana). Inoltre tutte le pecore, anche della stessa razza, viste da vicino sono molto diverse fisicamente e caratterialmente, ad esempio Momo è socievole e coccolone, Salvia è molto timida ma estremamente curiosa.

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2 – Non hanno iniziativa.

Le pecore hanno un istinto fortissimo, l’istinto del gregge. E’ uno dei motivi per cui sono state addomesticate: permette a pochi pastori di spostare un grandissimo numero di animali contemporaneamente. Ma l’istinto del gregge non è solo “copiare” quello che fanno le altre pecore, è un’incredibile capacità di tenere d’occhio e coordinarsi con decine e anche centinaia di propri simili. In un’emergenza spesso succede che tante persone spaventate, che corrono per salvarsi la vita, finiscano per farsi male a vicenda… le pecore invece hanno questa incredibile capacità di muoversi insieme, proteggendosi a vicenda, cambiando anche direzione rimanendo unite: dimostra un’incredibile intelligenza ed è una strategia vincente per proteggersi dai predatori!

3 – Sono stupide.

Esistono alcune ricerche che hanno indagato le facoltà cognitive delle pecore, ed è stato dimostrato che sono in grado di riconoscere il viso di pecore o di umani conosciuti fino a due anni dopo l’ultima volta che li hanno incontrati. Sono in grado di risolvere problemi, possono imparare a rispondere al loro nome. In generale capiscono molto bene le situazioni: Momo e Salvia sono state molto agitate il primo giorno che sono arrivate da noi, le prime 24 ore Salvia ha continuato a chiamare le sue compagne di gregge (soprattutto le femmine rimangono legate alla loro famiglia materna), ma poi si è adattata velocemente alla sua nuova casa. Ci hanno preso subito come punto di riferimento, hanno imparato a riconoscere il loro riparo e a tornarci da sole le sera. Ci accompganano quando siamo in giardino e ci chiamano quando siamo in ritardo con il fieno. Sono curiose con gli animali e le persone nuove che vengono a trovarci.

4 – Sono paurose

Momo è tutt’altro che pauroso, mentre Salvia è sicuramente molto prudente. D’altra parte per piccoli erbivori come loro l’istinto di fuggire a movimenti improvvisi è necessario per salvarsi la vita da possibili predatori. Direi quindi che  sono ragionevolmente diffidenti delle creature che si muovono velocemente verso di loro, che si avvicinano direttamente, magari da dietro. Ecco in realtà questo è uno degli aspetti che mi piace di più delle pecore: loro ti seguono se pensano che tu sia parte della loro famiglia, ma non accettano di essere spinte in una direzione precisa. Il pastore sta davanti al gregge, perché le pecore decidono di seguirlo, ma se provi a prendere una pecore inseguendola… hai speranze solo se siete in un piccolo recinto!

Trovo che proprio per il loro carattere le pecore siano un bellissimo animale da fare conoscere ai bambini, perchè accettano solo coloro che si avvicinano con buone intenzioni, e ottieni di diventare loro amico solo se sei molto rispettoso e paziente. Il fatto che siano vittime di molti stereotipi è una risorsa in più, perché permette di parlare di tematiche molto vicine alla vita sociale dei ragazzi anche più grandicelli.

PS Per quanto riguarda le zecche posso affermare che Momo e Salvia non ne hanno mai avuta una… per forza, con tutto quel pelo come fanno a infilarsi?

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Piccola guida per la sopravvivenza ai consigli indesiderati

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Non c’è gruppo, reale o virtuale, di genitori in cui non salti fuori insistentemente l’argomento dei consigli sgraditi che si ricevono quando si diventa mamma e papà.

Fanno rabbia quelli delle persone che incrociamo per strada, e che si sentono in diritto di fare commenti su quanto è vestito (o svestito) il nostro bimbo.

Fanno ancora più male quelli delle persone a noi vicine, da cui vorremmo supporto e non critiche continue.

Non so perché tutti (molti) si sentano in autorizzati a dire la loro su come dovremmo crescere i nostri bambini, come se una volta diventati genitori le nostre facoltà mentali fossero diminuite improvvisamente e avessimo bisogno di uno stuolo di babysitter che ci impediscano di commettere gravissimi errori come allattarli dopo l’anno o tenerli in fascia per troppo tempo.

Sicuramente sono consigli difficili da gestire, perché ci toccano nelle nostre scelte più intime, e talvolta anche nelle nostre insicurezze. Credo ci sia anche un senso di ingiustizia nel fatto che proprio quando vorremmo concentrarci nel nostro nuovo ruolo, sperimentare in tranquillità e conoscere nostro figlio, ci troviamo invece a doverci preoccupare anche di cosa pensa il parente o l’amico di turno su quante volte allattiamo o dove dorme il pupetto.

Per affrontare queste situazioni la prima cosa è cercare di capire il perché di questi interventi, fare lo sforzo di metterci nei panni di chi li fa e cercare di scoprire cosa c’è dietro.

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Ad esempio, se nell’ipotesi più ottimista la causa dei consigli sgraditi potrebbe essere semplicemente ignoranza, allora la risposta più efficace sta nell’informazione. Senza perdere la calma (e senza far sentire stupido il nostro interlocutore), troviamo il modo di spiegare il perchè delle nostre scelte, magari prestando qualche articolo o libro da leggere, oppure invitando a venire a un incontro con una persona esperta.

Certe volte gli interventi derivano da un’incapacità di accettarci nel nostro nuovo ruolo di genitori. La mamma o il fratellone potrebbero non rendersi conto che ora le cose sono un po’ cambiate e per quanto riguarda nostro figlio ci dobbiamo prendere noi la responsabilità di alcune scelte, insieme al nostro partner. Loro rimaranno i consiglieri privilegiati, ma per quanto riguarda la nostra nuova famiglia non possono pensare di darci consigli dall’alto in basso. In questo caso ci vuole un po’ di sana affermazione, è inutile entrare nel dettaglio delle scelte sui cui non si è d’accordo: il punto è che siamo noi la mamma e il papà ora, e nostro figlio lo conosciamo meglio di chiunque altro al mondo. Senza essere oppositivi, ma con serenità e sicurezza facciamo capire che abbiamo preso sul serio il nostro ruolo, e nessuno può sostituirsi a noi.

Altre volte invece dietro a critiche e osservazioni dei nonni c’è la paura, la paura di essere giudicati a loro volta, di scoprire che se facciamo delle scelte diverse dalle loro è perché pensiamo che loro abbiano sbagliato. In questo caso può bastare l’accettazione, e se necessario il perdono. Chiediamo di raccontarci com’è stato per loro diventare genitori, di condividere i ricordi e le emozioni di quel periodo. Si renderanno conto che la loro esperienza vi interessa, non per ripetere le stesse scelte, ma perchè è bello sapere che ci sono passati tutti. Per loro sarà più facile mettersi nei vostri panni e magari capiranno come può essere fastidioso ricevere critiche continue in questo periodo della propria vita.

E’ possibile anche che quando nasce un bambino conflitti già presenti in famiglia e dovuti ad altro si riversino sulle nostre scelte genitoriali. La cognata a cui stiamo antipatiche non si tira indietro dal rompere le scatole anche su come cresciamo nostro figlio… e allora è necessaria un po’ di chiarezza: diciamo senza giri di parole che se ce l’hanno con noi per altro non si permettano di tirare in ballo nostro figlio.

Non è inusuale anche che gli interventi fastidiosi nascondano in realtà semplicemente la voglia di partecipare alla vita della vostra nuova famiglia. Allora prendere voi l’iniziativa, e suggerite che cosa possono fare i parenti e gli amici per aiutarvi senza essere inopportuni. La suocera è stranita dal fatto che tenete sempre il bimbo in fascia ed è brava a cucire? Chiedetele di cucirvi una borsina per ripiegare la fascia e metterla in borsa quando non serve. La zia cuoca instancabile insiste che a 4 mesi bisogna cominciare a dargli la frutta? Ditele che quando comincerete lo svezzamento (dopo i 6 mesi) vorreste provare a fargli i biscotti in casa con pochi grassi e zuccheri, se vi aiuta a trovare la ricetta perfetta.

Tante volte purtoppo i commenti arrivano da chi non sa farsi i fatti propri, si vuole impicciare e pensa di saperla lunga. Magari ci vedono un po’ stanchi, pensano che siamo in difficoltà e si fanno belli di poterci regalare le loro perle di saggezza. O sono quel tipo di amici che non hanno figli e pensano che tutti i genitori si rimbambiscano completamente appena hanno il pupetto tra le braccia.In questo caso probabilmente l’unica reazione possibile è l’umorismo.

Vignetta di Maria Francesca Agnelli tratta da “Allattare è facile!” di Giorgia Cozza, Il Leone Verde Edizioni

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Queste riflessioni nascono all’interno del percorso “Nascita di un genitore“, ciclo di 3 incontri sulla genitorialità consapevole.

 

Il risveglio della natura

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E’ la festa della rinascita , del risveglio, dei colori dei fiori e del sole che scalda.

L’inverno è passato, le giornate sono più lunghe, le nuove foglie e i fiori creano nuovi magici rifugi per uccellini, insetti e bambini.

Tanti tesori ti aspettano, basta cercarli.

Aguzza la vista, non luccicano sempre le sorprese.

Guarda tra le foglie, i rami, i fiori… eccole!

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Ho messo a bollire in 3 pentolini mezza barbabietola (per il marrone scuro), un quarto di cavolo viola (per il blu) e una manciata di spinaci (verde marcio).

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In ciascun pentolino ho aggiunto 3 uova, un cucchiaio di aceto e ho lasciato sobbollire per 20 minuti circa.

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Ho lasciato a bagno le uova nel pentolino tutta la notte (in frigo), immerse nel pentolino: dove la verdura toccava direttamente i gusci i colori sono più intensi.

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Il termine naturale dell’allattamento

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Qual è il termine naturale dell’allattamento? Sicuramente non è una data prestabilita, una scadenza decisa a tavolino.

Il termine naturale dell’allattamento è, semplicemente, quando l’allattamento ha esaurito tutte le sue funzioni e viene sostituito da altri comportamenti e altre modalità di relazione. Per stabilire quando si raggiunge questo termine naturale si possono seguire due strade.

La prima, la mia preferita, fidarsi delle sensazioni della madre e del bambino. Ma spesso questa ipotesi incontra molto scetticismo, che tradisce una visione del bambino come incompetente e della mamma come femmina in preda a emozioni primordiali. Infatti per alcuni, il bambino, se fosse per lui, non smetterebbe mai. Invece io incontro bambini molto competenti, che lavorano tutti i giorni con impegno per crescere e che, se sostenuti e non ostacolati, ogni giorno acquisiscono nuove autonomie, lasciandosi dietro le abitudini da piccolini che sembravano irrinunciabili fino al giorno prima. Arriva anche il momento in cui questi bambini sono pronti per smettere di allattare, e può avvenire senza traumi e senza pianti. Talvolta è una decisione consapevole, talvolta è la nuova gravidanza della mamma a portarli a smettere, talvolta l’allattamento rimane legato a momenti particolari, come i risvegli notturni, e semplicemente quando queste occasioni smettono di presentarsi anche l’allattamento finisce.

Ovviamente l’allattamento è un percorso (almeno) a due, e anche la mamma fa la sua parte per leggere i segnali che sta volgendo al termine. Ma anche sul ruolo attivo e consapevole della mamma in questo passaggio c’è una diffusa sfiducia, che nasconde l’idea che sull’allattamento la mamma non possa ragionare, si faccia prendere dagli ormoni e non riesca a rendersi conto che è un percorso che è destinato a concludersi nei primi anni di vita di suo figlio. Vi assicuro che ogni mamma lo sa, e come affronta tanti momenti difficili e emozionanti della crescita dei suoi figli saprà affrontare anche questo senza perdere la testa. Sì, anche se la coinvolge fisicamente in modo così intimo: non siamo schiave del nostro corpo. Quindi fidatevi del vissuto di una mamma e del suo bambino, sanno loro quando è il momento di smettere.

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Ma se non vi fidate delle competenze di mamma e bambino, ci sono anche degli aspetti oggettivi e concreti da tenere in considerazione per farsi un’idea di quando potrebbe essere questo termine naturale: l’allattamento ha diverse funzioni, e se si considerano una a una sono tutte importanti almeno fino al secondo anno di vita del bambino.

Dal punto di vista nutrizionale ad un certo punto l’allattamento non basta, ma i suoi benefici non diminuiscono dopo l’anno: qualsiasi altro cibo non può essere comparato al latte materno, che è specie specifico. Infatti la composizione del latte materno continua a cambiare anche dopo l’anno per seguire i bisogni di un bambino in crescita, diventando più nutriente. Le raccomandazioni ufficiali (OMS, UE, Ministero della Salute italiano) infatti consigliano di continuare l’allattamento “fino ai due anni, e oltre“.

Il latte materno inoltre continua a fornire una riserva di anticorpi, tanto più utile quando il bambino gattona, cammina dentro e fuori casa, comincia a frequentare posti nuovi e a rapportarsi con altri adulti e bambini sempre più da vicino. Dopo l’anno la concentrazione di anticorpi nel latte aumenta, appositamente per dare la stessa protezione a un bambino che comincia a prendere minori quantità di latte. Il nostro latte è fatto apposta per nutrire i bambini anche dopo l’anno, e non per caso.

Allattare inoltre è una componente importante della relazione mamma bambino e ha molte ricadute positive, soprattutto nella capacità di empatia della mamma (leggi ossitocina). Nel momento delicato dei due anni, quando la personalità del nostro bimbo si fa sempre più presente, ma la sua capacità di esprimere e gestire le emozioni è ancora immatura, un età in cui è difficile capirli, e iniziano i conflitti che mettono cosi in crisi tanti genitori, l’allattamento è un modo in più  per continuare ad accogliere e sostenere i nostri bimbi, stargli vicino quando le parole ancora non bastano per comunicare.

L’allattamento è legato anche al sonno, e non per le presunte cattive abitudini delle mamme che viziano i figli. Il fatto che allattare induca il sonno, sia per la mamma che per il bambino, non è un effetto collaterale indesiderato, ma è un aiuto essenziale per sostenere entrambi dato che fino ai 3 anni i risvegli nei bambini sono fisiologici, e allattare è uno dei modi più efficaci per superare indenni (o quasi) questa fase.

Di fondo è uno solo il principio che conta: finché i nostri bambini ne hanno bisogno e ce lo chiedono, perché negarglielo?

Anche qui so qual è l’obiezione degli scettici: si dà una responsabilità troppo grande ai bambini se si aspetta che siano loro a far capire che è il momento. Ma anche questa obiezione nasconde una concezione negativa ben precisa: l’idea che il termine dell’allattamento sia un momento traumatico, un lutto che mamma e bambino non possono gestire, un passaggio doloroso che è meglio anticipare per non renderlo più penoso ancora.

Io, invece, allatto mio figlio di quasi due anni e continuerò a farlo finché lui ne avrà bisogno (me lo chiederà), perché credo fermamente che il momento in cui smetterà sarà bello, sarà un’emozione per entrambi, un traguardo raggiunto insieme e non mi fa paura.

Ecco come riconoscere il termine naturale dell’allattamento: è quando si smette senza imposizioni e senza traumi, per nessuno dei due.

Tempo di qualità

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Il tempo di qualità da passare con i nostri bimbi è il tempo della quotidianità. E’ stendere il bucato, mettere in ordine e fare merenda insiemeE’ anche il tempo del cazzeggio, della noia, dello stare insieme senza fare niente. E’ condividere le mille situazioni difficili, imprevedibili e diverse che ci sorprendono e ci incasinano la vita. E’ il tempo delle piccole sfide da affrontare e dei piaceri da godere.

Il tempo di qualità soprattutto è quello che va al loro ritmo, è il tempo che lasciamo loro per farne quello che vogliono. Per ripetere lo stesso gioco mille volte, per vedere quante volte possono correre intorno al divano prima di cadere da quanto gli gira la testa.

passo2E’ quello in cui noi riusciamo a stare al loro passo, anche quando è frustrante e difficile. Alcuni bambini (sicuramente il mio) quando sono piccoli ci mettono tanto ad addormentarsi. Tocca stare lì con loro delle ore, solo per farli dormire! E’ faticoso. Ma in realtà sono momenti (ore) preziosi: perché sono momenti in cui il nostro bimbo ha bisogno di noi e noi siamo lì con lui. Non importano le mille cose da fare e neanche la voglia di guardarsi un film. Avremo tutto il resto della nostra vita per farlo. E’ il momento per imparare qualcosa di molto importante: è arrivato lui nelle nostre vite, ed ha dei bisogni specifici, una personalità distinta e la sua vita scorre secondo un ritmo proprio. Essere genitori è saper ascoltare quel ritmo, e accoglierlo.

Il mio bimbo ora si addormenta in 15 minuti. La sera possiamo guardarci un film o stare nei gruppi su Facebook a discutere di pedagogia (almeno io). Ma quel tempo lento per stare accanto a lui mi manca già. Non è stato un tempo bello, né facile ma ha significato tanto per noi: mi ha insegnato ad avere fiducia in lui e a stargli vicino quando me lo chiede, anche quando non so il perché.