Educazione al rischio

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Samuele e Sebastiano, due amici di poco più di 2 anni, giocano a saltare giù da un muretto che si alza progressivamente. Sebastiano sale fino ad un altezza di circa 60 cm e si prepara a saltare giù. Samuele protesta con un deciso “No!” e cerca di fermare l’amico, che incurante salta. Samuele si arrabbia, esprimendo con forza il suo disappunto. La mamma interviene cercando di capire il perchè di questa reazione, e con un po’ di sostegno Samuele riesce a esprimere che lui non se la sente di saltare da così in alto, ma vorrebbe saltare insieme all’amico, e quindi vorrebbe che anche Sebastiano saltasse da un po’ più in basso. Spiegato il problema a Sebastiano lui accetta di saltare da più in basso per condividere il gioco insieme all’amico.
 
Anche in un bambino così piccolo è già presente la consapevolezza dei propri limiti. Samuele è in grado di riconoscerli, e sa che non può superarli solo per imitare l’amico. A un’osservazione superficiale sarebbe potuto sembrare che Samuele proiettasse la sua paura sull’amico e non gli piacesse vederlo saltare da troppo in alto. Oppure che fosse frustrato per la capacità di Sebastiano di saltare da poco più in alto di lui. Invece per Samuele era chiaro che lui si sentiva di saltare da quell’altezza e non di più, e il suo amico invece da poco più in alto. Non solo, ma volendo saltare insieme sapeva che l’unica soluzione era saltare entrambi da più in basso. L’unico ostacolo (comprensibile visto l’età!) era esprimere tutto questo ragionamento e le emozioni connesse in modo efficace. A questo punto è stato determinante l’intervento dell’adulto (la mamma di Samuele) che si è concentrata nel capire il problema e sostenere Samuele nella sua espressione, invece di proporre subito delle soluzioni basate sulla propria comprensione dell’accaduto o sul proprio giudizio sul comportamento e le abilità di Samuele.
Da cosa deriva la capacità di Samuele e di Sebastiano di riconoscere e gestire la propria percezione del rischio in modo così efficace? Da una parte dalla libertà di scegliere da dove saltare: non solo l’accesso al muretto non era stato impedito, ma gli adulti presenti non avevano dato un’indicazione precisa dell’altezza ritenuta più “adeguata” da cui saltare. Questa responsabilità è stata lasciata ai bambini, che avendone già avuta esperienza in precedenza (il muretto era un posto già frequentato da alcuni mesi), sapevano valutarne il rischio soggettivo, relativo alla capacità motoria di ciascuno.
Dall’altra credo che sia fondamentale che Samuele sapesse di essere ascoltato nella sua richiesta, anche se formulata in modo immediatamente poco comprensibile. Il fatto di avere una figura di riferimento adulta di fiducia, che funge affettivamente ma anche operativamente da “base sicura”, è il miglior mezzo per bambini di questa età per poter negoziare la valutazione e la gestione di un rischio. La sicurezza di vedere accolta l’espressione del proprio bisogno, e di essere aiutato a trovare una soluzione soddisfacente, è la migliore protezione contro i possibili esiti negativi di una scelta sbagliata.

rischio2Alcuni considerazioni necessarie per un’educazione al rischio, cioé a valutare e gestire i rischi in modo efficace per le proprie possibilità e obiettivi:

– come in ogni apprendimento dei bambini è necessaria l’esperienza diretta, ai bambini deve essere permesso sperimentarsi in situazioni in cui è possibile un esito negativo, per esempio l’uso di bicchieri vetro e piatti di ceramica;

– se l’esito negativo si verifica il bambino deve essere accompagnato a riconoscere l’errore, ma non deve essere giudicato come se avesse messo in atto un comportamento sbagliato;

– è necessaria un’esperienza progressiva: nella vita di tutti i giorni i bambini devono essere esposti a rischi in grado sempre maggiore, seguendo il loro sviluppo e i loro apprendimenti. Non esiste un età in cui automaticamente il bambino diventa capace di valutare e gestire un rischio, ma ad ogni età è i grado di gestire rischi dalla complessità adeguata: se non è esposto progressivamente a rischi maggiori, diventerà grandi senza aver acquisito nessuna competenza per gestirli. Ad esempio a 2 anni è difficile che sia in grado di valutare che stare sotto un ramo secco in una giornata di vento è pericoloso, mentre è in grado di valutare l’altezza da cui è capace di saltare;

– quando non sono in grado di riconoscere il pericolo insito nell’attività che stanno facendo occore indicarglielo, come la constatazione di un fatto e non una minaccia: l’onestà paga sempre nella comunicazione con i bambini, non occorre spaventarli per ottenere che si comportino come crediamo sia giusto, aiutiamoli solo a capire le situazioni quando sono troppo complesse perché possano comprenderle da soli;

– mentre a pochi mesi può essere opportuno allontanare il bambino da un pericolo e offrire un’attività alternativa, man mano che cresce bisogna lasciare che sia lui a proporre delle soluzioni per affrontare la situazione rischiosa: è il necessario allenamento per imparare a gestire i rischi in modo autonomo e creativo;

– sono inutili e dannosi i continui e generici avvertimenti, non aiutano davvero il bambino e rischiano di far perdere fiducia in se stesso (“se mi blocca continuamente vuol dire che non pensa che posso farcela da solo”) o nella figura di riferimento (“continua a dirmi che devo stare attento ma non succede niente”).

Come in ogni percorso educativo l’adulto per prima cosa deve fare un esame su se stesso: perché alcune situazioni e comportamenti ci fanno più paura di altri? Siamo in grado di andare oltre alle nostre paure, radicate nella nostra esperienza personale, e valutare la situazione dal punto di vista del bambino che abbiamo davanti? Riusciamo a distinguere quando siamo noi che non ci sentiamo in grado di accompagnare i bambini in un’esperienza perchè non crediamo di avere gli strumenti (per esempio non ce la sentiamo di accendere un fuoco con loro, perchè non abbiamo le competenze per farlo) da quando pensiamo che siano i bambini a non essere pronti?

 

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