Luci ed ombre dell’educare

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Non c’è dubbio che “educazione” sia un termine ambiguo, anche se usato con semplicità e noncuranza dalla maggior parte delle persone, in realtà porta con sè interpretazioni diversissime fra di loro.

Ha sempre a che fare con il cambiamento, ma da una parte viene inteso come processo di trasferimento di valori e conoscenze da un soggetto “forte” (l’adulto) a uno più “debole” (il bambino); dall’altra si può intendere un percorso di scambio e crescita reciproco, tra soggetti entrambi portatori di un sapere e un volere propri, nonchè di bisogni e possibilità.

Sembrano significati inconciliabili e chi sostiene una visione piuttosto che l’altra si trova spesso in opposizione. Per cui nel tempo sono state proposte alternative (per qualche tempo sembrava andare di moda “formazione”), oppure aggettivi che specificassero di quale educazione si parla: passiva, negativa, libertaria… Fino ad ora in realtà nessun vocabolo sembra poter ambire a sostituire questa parola che ha attraversato la storia del pensiero pedagogico ed è arrivata a noi con tutto il suo carico di contraddizioni e complessità.

Io credo, in effetti, che questa ambiguità non solo sia inevitabile, ma anche necessaria perchè rispecchia le caratteristiche del processo educativo stesso, che è intrenisicamente in precario equilibrio tra la reciproca libertà e responsabilità dei soggetti coinvolti.

Il fatto che sia interpretabile in senso autoritario ti costringe a non dimenticarti mai di un fatto: l’adulto è in una posizione di potere rispetto al bambino. Spesso lo si dimentica, da un parte perché si parla di bambini tiranni e manipolatori (con genitori che si sentono di dover dimostrare la loro autorità ad ogni occasione), dall’altra di adulti rispettosi e aperti ai bisogni e alle richieste dei bambini (con genitori che cercano di dimostrare che non si sentono superiori ai loro bambini, condividendo con loro la responsabilità di ogni scelta).

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L’adulto può (deve) decidere di non usare il suo potere in senso coercitivo sul bambino, e di usare gli strumenti del dialogo e dell’esempio e di rispettare la libera attività del bambino.

Ma di fatto la libertà del bambino esiste perché l’adulto la sostiene, in senso negativo perché non interviene, e in senso positivo perché garantisce comunque la sua sicurezza, rende disponibili o indisponibili spazi e materiali e un’infinita varietà di situazioni.

Anche quando lasciamo che il bambino indirizzi i processi educativi, la relazione con noi adulti è l’ambito privilegiato di questi processi e non dobbiamo e non possiamo sfilarci dalla responsabilità che questo comporta. Responsabilità che include anche il dover lasciare libera espressione alle infinite risorse dei bambini, ma non solo.

Anche quando si interpreta il ruolo educativo basandosi sull’improvvisazione, accogliendo gli stimoli e le richieste del bambino, sulla flessibilità, adattandosi agli obiettivi e agli interessi del bambino, anche quando ci poniamo in un atteggiamento di ascolto e accetazione delle esigenenze dell’altro, persino quando ci mettiamo alla pari con loro, stiamo compiendo un atto che presuppone una grande consapevolezza  e l’intenzionalità di chi sa che potrebbe fare altrimenti e decide di non farlo.

Allora questo vocabolo che si porta dietro tutta la complessità di una relazione fra persone (piccole e grandi, giovani e vecchie, sagge e ingenue insieme) che vogliono cambiarsi a vicenda e crescere insieme ci costringe a stare attenti a come lo usiamo e come lo agiamo insieme.

Personalmente quando dico che mi occupo di “educazione” lo dico con solennità e orgoglio, proprio perché è una parola difficile, e così l’avventura a cui si riferisce. Il fatto che molti la usino in modo poco consapevole, per me è già un’occasione per riflettere  con quante sfumature si può intendere, occasione per educare e educarsi a una consapevolezza costante della delicatezza delle relazioni fra adulti e bambini.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano NoiemarianotessoriBivio PedagogicoDebbie e le piccole coseEducazione Consapevole e Controeducazione.

Questo post partecipa all’iniziativa: Stiamo in ascolto.

Ecco gli altri post che partecipano all’iniziativa:

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  1. e infatti l’etimologia della parola, non a caso, indica il “tirar fuori” non il “mettere dentro” quindi accogliere, valorizzare, scoprire e non imporre. Per me educazione è una parola bellissima che non ha bisogno di tanti altri aggettivi 🙂

    • Ma sai che nei commenti ad un altro articolo mi si ricordava l’etimologia di educazione prorio per appoggiare un’interpretazione opposta, cioè “tirare fuori” come processo in cui il lavoro lo fa tutto o quasi l’adulto, scegliendo addirittura cosa è meglio “tirare fuori”…

  2. Pingback: Dialogare per costruire idee | timoilbruco

  3. Pingback: Luci ed ombre dell’educare | Lunamonda

  4. Eh! Penso che educare sia un’arte, fatta di principi e non di regole, di capisaldi e di infinite sfumature, continui cambiamenti e ritualità prevedibili. Penso che sia l’azione di un cuore amorevole e di una mente consapevole. Roba da gente che cresce e che vuole crescere!!
    … e grazie per avermi chiamato in causa!! 🙂
    Maribea :*

  5. Ciao a tutte sto leggendo pian piano tutti i vostri interventi, grazie del confronto!
    Vorrei solo dire in aggiunta al mio articolo che l’osservazione con occhi “liberi” da retaggi culturali e paure personali costituisce a mio avviso il punto di partenza per qualsiasi tipo di educazione si voglia intraprendere, sia essa attiva o passiva!

  6. Pingback: Luci e ombre dell’educare | NoieMariaMontessori

  7. Pingback: Luci ed ombre dell'educare: inestimabile tesoro in vasi di creta - La Casa di Serendippo

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